Toni Capuozzo: “Non abbiamo niente da insegnare, nessuna ragione di stare con il ditino alzato”

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Toni Capuozzo: “Abbiamo chiuso un occhio e forse due su Hiroshima e Dresda, su My Lay e Abu Ghraib, da Mogadiscio a Baghdad, dal Donbass al Nagorno Karaback”.

Toni Capuozzo: “Non abbiamo niente da insegnare”

Il giornalista ed ex inviato di guerra Toni Capuozzo, in questi mesi è stato spesso al centro delle polemiche mediatiche in quanto le sue osservazioni non sono state ritenute “confacenti” alla narrazione mainstream, guadagnandosi anche lui l’appellativo di “putiniano”.

In questi giorni in cui è in corso il ferocissimo scontro in Medio Oriente, Capuozzo in diversi scritti dalle sue pagine social ricorda la genesi della questione palestinese e, soprattutto, i doppi standard occidentali. Come in questo suo scritto intitolato “Preghiera del venerdì”.

Scrive l’ex inviato: “Io penso che non abbiamo diritto di dire ad Israele come rispondere, quanto reagire. Non lo abbiamo noi occidentali, amici di Israele, perché abbiamo chiuso un occhio e forse due su Hiroshima e Dresda, su My Lay e Abu Ghraib, sulle tante guerre umanitarie, da Belgrado a Tripoli, da Mogadiscio a Baghdad, dal Donbass al Nagorno Karaback, in cui non siamo andati per il sottile, quanto a vittime civili.”

E continua: “Non lo ha il mondo che oggi si contrappone all’Occidente, dalla Russia che va in guerra come alla guerra, dall’Iran alla Cina, tutti uniti nel sovrano disprezzo per i diritti dei singoli e delle minoranze: danni collaterali.

Non lo abbiamo neppure noi italiani: il 16 ottobre del 1943, 207 bambini – un po’ più di quelli del kibbutz Kfar Aza – vennero portati via dal ghetto di Roma. No, niente sangue sulle nostre mani. Solo che non tornarono più.”

E ancora: “Non abbiamo niente da insegnare, niente da ammonire, nessuna ragione di stare con il ditino alzato. Possiamo solo non restare indifferenti, sentire la pena per un milione e più di palestinesi a nord del Wadi Gaza invitati ad andare verso sud, e accettare questa minima traccia di civiltà che sopravvive all’orrore: uomo avvisato, anche se è nell’angolo di una gabbia, anche se ha applaudito alle imprese funeste di Hamas, anche se ne è ostaggio.”

E conclude Capuozzo: “Possiamo provare pietas, in giorni in cui la pietà sembra morta. E augurarci che anche in queste ore si pensi al dopo. A vicinanze obbligatorie, visto che il vicino non può essere cancellato, come piacerebbe ad Hamas, e come la vendetta vorrebbe.

E il dopo richiede non perdere la possibilità di parlarsi, cercare disperatamente di scrivere messaggi in bottiglia, e sperare che qualcuno li raccolga tra le macerie. Ma è un augurio sottovoce, nel giorno della preghiera, al tempo della rabbia, quando ovunque la pace è fuori moda.”

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