Uno dei più inquietanti cold case degli Usa, è a una svolta: “The boy in the box”, il bimbo di 4 anni, ritrovato in una scatola percosso e denutrito, si chiamava Joseph Augustus Zarelli. I genitori sono scomparsi e ha tre fratelli. La polizia ha una pista interessante, abbandonata nel 2002.
The boy in the box ha un nome
Il 23 Febbraio del 1957, uno studente del La Salle College di Filadelfia, sta cercando di dare una sbirciatina alle nuove arrivate presso lo Sisters of Good Shepard, una sorta di casa di accoglienza per ragazze “difficili”. Una via di mezzo tra il collegio ed il riformatorio.
Nascosto in un boschetto, si imbatte in una scatola di cartone, un imballo dei magazzini Penney per una culla, dalla quale spunta una testa. La guarda e se ne va, pensando ad una bambola.
Quando scopre che la polizia sta cercando una ragazza scomparsa nel New Jersey, viene assalito dai dubbi. Così ritorna sul luogo e questa volta con gli agenti. Nella scatola c’è il corpicino di un bimbo. Età compresa tra i quattro e i sei anni. Denutrito e percosso.

“E’ qualcosa che non si dimentica”– dichiarò ai giornalisti Elmer Palmer, il primo poliziotto sulla scena del crimine, “Ci ha sconvolto”.
Quel bambino per 65 anni è stato l’incubo di Filadelfia. Uno dei più famosi casi irrisolti degli USA. Per tutti era semplicemente “The boy in the box”, il bambino nella scatola. Nel cimitero di Ivy Hill a Cedarbrook, c’è una lapide che recita “America’s Unknown Child”.

È un ricordo permanente del bambino che ora, grazie a nuovi sofisticati test genetici,ha finalmente un nome ed un viso, seppur ricostruito al computer. Si tratta di Joseph Augustus Zarelli, ed aveva solo quattro anni.
Per tutti questi anni, gli investigatori hanno seguito numerose piste ed indizi. Interrogato centinaia di persone. Inizialmente individuano un caso di rapimento avvenuto nel 1955 , nella comunità ungherese. Al piccolo avevano tagliato grossolanamente i capelli rossi, forse nel tentativo di camuffare i tratti somatici. Non è la strada giusta.
Nel 1960 un impiegato del coroner, viene portato da un sensitivo, nella casa in vendita di una famiglia. Fingendosi un acquirente, nota una culla di quelle vendute da Penney, proprio come la scatola ritrovata anni prima. Ci sono delle coperte, sembrano essere le stesse che avvolgevano il povero Joseph. Anche questo è un vicolo cieco.
Quarant’anni dopo, nel 2002, si apre lo spiraglio di una pista molto concreta. Una donna racconta alla polizia che il bimbo, da lei conosciuto come Jonathan, era stato comprato -probabilmente per farlo lavorare in qualche fabbrica- da un’altra famiglia nel 1954.
La nuova madre si dimostra violenta, secondo la testimone, subiva abusi fisici e sessuali. Dopo aver vomitato fagioli una notte, afferma che quella donna lo aveva picchiato a morte in un impeto di rabbia. Un’ipotesi plausibile, in quanto nello stomaco del bimbo sono stati trovati dei fagioli stufati. Inoltre, aveva detto che dopo averlo picchiato, gli avevano fatto il bagno, il che avrebbe potuto spiegare le sue dita raggrinzite, per essere stato troppo tempo in acqua. Ma alla fine, la polizia non è riuscita a trovare riscontri.
Zarelli è stato identificato grazie alla genealogia genetica. Il suo DNA è stato caricato in database genetici, che hanno portato gli investigatori ad individuare la madre, che ha concepito altri tre figli. Dopo aver esaminato i documenti di nascita, sono stati anche in grado di identificare il padre. I nomi dei genitori, ormai scomparsi, non sono stati resi noti per non ledere la privacy dei fratelli Zarelli. Ma per il dipartimento di polizia di Filadelfia ora si apre un altro capitolo. Chi ha ucciso Joseph?

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