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domenica, Luglio 3, 2022

Tagli del gas e la favola della punizione del cattivo

Gazprom ha annunciato che interromperà il funzionamento di un’altra turbina lungo il gasdotto Nord Stream, per i pezzi di ricambio bloccati in Germania dalle sanzioni tagliando un altro 33% dopo la riduzione annunciata ieri, tagliando da oggi il volume delle forniture di gas a 67 milioni di metri cubi al giorno. Il punto di Remocontro*

Tagli del gas dalla Russia avvertimento per l’inverno sul fronte sanzioni

Le sanzioni andata e ritorno

La società energetica della Federazione Russa Gazprom ha prima annunciato la riduzione del 40% del flusso giornaliero di gas naturale – da 167 a 100 milioni di metri cubi – attraverso la condotta Nord Stream 1 per «ragioni tecniche». Nelle ultime ore si è aggiunto un ulteriore taglio del 33% – da 100 a 67 milioni di metri cubi al giorno.

Secondo il colosso degli idrocarburi, il problema riguarda il compressore Baltic Portovaya. Alcune componenti sarebbero state consegnate alla tedesca Siemens per la riparazione, ma le sanzioni a Mosca impedirebbero il loro ritorno in Russia.

Gazprom ha inoltre notificato all’italiana Eni una riduzione del 15% dei flussi di gas verso l’Italia senza sprecarsi in motivazioni. Un segnale ‘morbido’, data la stagione, ma pessimo segnale per l’inverno che verrà.

La prossima vera crisi energetica

La multinazionale bavarese conferma: i pezzi sono stati aggiustati nella sede di Montreal, ma non possono essere riconsegnati “a causa delle sanzioni disposte dal Canada“. E le quotazioni del gas sono immediatamente schizzate verso l’alto (+10,6% a Londra).

La spiegazione di Federico Petroni su Limes è lineare e apparentemente semplice: la punizione del ‘cattivo’. “Dopo la non attivazione di Nord Stream 2, anche il primo tubo sottomarino che porta gas euroasiatico alla Germania bypassando Bielorussia e Polonia diventa strumento di confronto politico tra Occidente e Russia”. Ma quello che si muove dietro è tutto meno che semplice.

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La favola della punizione del cattivo

“Scopo delle cancellerie euroatlantiche è privare Mosca delle risorse necessarie per finanziare la guerra in Ucraina. Misura a oggi velleitaria: nei primi 100 giorni di conflitto, la Russia ha incassato 93 miliardi di euro dalla vendita di combustibili fossili, una riduzione modesta rispetto all’interscambio anteguerra”.

Gli ostacoli tecnici dal Canada che rimbalzano sull’Europa esaltano la dipendenza dalle fonti energetiche orientali della parte più industrializzata del Vecchio Continente. E i conti in tasca diventano sempre più da paura.

“La stessa Germania – principale potenza manifatturiera d’Europa, seguita dall’Italia – potrebbe essere costretta a sborsare fino a 10 miliardi di euro per permettere all’ex succursale russa di comprare risorse energetiche sul mercato spot a prezzi superiori per ovviare alla paralisi industriale”.

Moldova e il petrolio russo per i tank ucraini

Persino il paese più povero del continente, la neutrale Moldova, subisce contraccolpi seri dalla crisi degli idrocarburi, nonostante il fabbisogno nazionale sia particolarmente contenuto, segnala sempre Limes.

Con delle clamorose e poco rilavate contraddizioni. Il porto internazionale di Giurgiulești sul Danubio assicura in via prioritaria il transito di carburante russo all’Ucraina. “Evidentemente per fornire la materia necessaria a muovere i mezzi militari del paese aggredito”, la sottolineatura di Federico Petroni. Vantaggio dei trasportatori ucraini e gravi carenze per gli importatori locali, con scontate e crescenti tensioni in casa.

Effetti collaterali sui Balcani

Le sanzioni europee agli idrocarburi russi riescono ad esacerbare le tensioni latenti nei Balcani occidentali. I dissapori tra Serbia e Unione Europea in materia energetica sono ormai scoperti. Il presidente Aleksandar Vučić , firmato un favorevole accordo triennale per il gas russo, vede i suoi rifornimenti bloccati e si infuria.

“Dal 1° novembre non saremo più in grado di importare petrolio russo a causa delle attuali sanzioni e Dio solo sa quali altre misure saranno introdotte entro quella data“. La Serbia, senza proprio sbocchi al mare, è sotto ricatto delle scelte petrolifere di Bruxelles, senza neppure fare parte dell’Ue.

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La Serbia ma non soltanto

“Ogni giorno emergono decine di nuovi problemi. Consumiamo quotidianamente 350 tonnellate di olio combustibile e in inverno spenderemo sette volte di più. Dobbiamo trovare combustibile, non ce n’è abbastanza nei depositi nazionali”, ha affermato Vučić prima di denunciare che “con la sola imposizione di sanzioni al petrolio russo ci hanno tolto 600 milioni di dollari! La gente in Serbia dovrebbe saperlo. Il petrolio iracheno ci costa 31 dollari al barile in più. Ci hanno preso 600 milioni e dobbiamo ancora investire denaro per il gas!”.

Se Belgrado piange Sarajevo non ride

Un’Unione Europea percepita come autolesionista da Belgrado, e subito la parte serba della Bosnia-Erzegovina entra in fibrillazione. Il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik intende partecipare nei prossimi giorni al forum economico di San Pietroburgo – boicottato dagli operatori occidentali – per incontrare il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. Sul tavolo i destini del paese balcanico e le aspirazioni irredentiste della repubblica Srpska (49% del territorio della Bosnia-Erzegovina).

Il rischio non remoto che l’incapacità di trovare soluzioni ad una guerra, che sovente accaduto nella storia, vada a sollecitare altre guerre attorno, in una moltiplicazione suicida, in una terra, i Balcani, dove le ferite di ieri sono ancora aperte.

* Remocontro

Guerra, gas e speculazione l'ipocrisia del governo

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