Renzi e il PD, dal massacro alle strette di mano: c’eravamo tanto odiati

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Alla festa del PD, Renzi riceve applausi e Cuperlo gli fa compagnia. Un riavvicinamento surreale tra il rottamatore e la sua storica vittima politica. Segno che nel partito tutto cambia perché nulla cambi: ipocrisia, amnesie e l’eterna resa al potere personale.

Renzi e il PD: c’eravamo tanto odiati

Fausto Anderlini*

Vedo che c’è grande scandalo per gli applausi tributati a Renzi alla festa del PD, ed anche, in subordine, per la garbata compagnia di Cuperlo. A me invece la cosa appare del tutto naturale, e ci sarebbe semmai da stupirsi se le cose fossero andate diversamente, con il pubblico che subissa Renzi di ortaggi andati a male mentre Cuperlo lo percuote a sputi e a calci.

Bisogna dire semmai che nel PD, almeno in una parte della platea militante, è residuato qualcosa della festante ospitalità del PCI, piuttosto che la sgangheratezza talvolta presente nel PSI e nella DC. Si potrebbe persino azzardare che il recupero di una gaia temperanza sia il contributo più rilevante, se non l’unico, della segreteria schleiniana.

E comunque si dovrebbe sempre partire da un presupposto di serietà intellettuale: molto meglio mostrarsi per ciò che si è, piuttosto che camuffarsi dietro a depistanti fronzoli svolazzanti, utili per soggiogare gli allocchi.

L’impronta lasciata da Renzi nel PD è indelebile. Aspetto che non si palesa solo nella persistenza di un vasto ceto politico che costituisce l’infrastruttura portante del partito e che, se si differenzia da Renzi, è solo per un sovrappiù di bolsa e pedissequa antipatia, senza alcuno di quegli slanci fulminei di intelligenza tattica e istrionica spregiudicatezza di cui l’uomo di Rignano ha sovente dato prova. Ben di più.

Sarebbe una ribalderia non riconoscere a Renzi il merito di avere strutturato il PD per quel che è: un partito radico-liberale, pro-sistema, a vocazione centrista ed euro-atlantica. E che tale rimane malgrado gli aggiustamenti di linea e di stile, con le inevitabili vaghezze che ne derivano, operati dalla nuova leadership.

Renzi ha fatto da detonatore del PD, portando a compimento tutto ciò che era implicito all’atto della sua fondazione, sebbene farcito nell’accattivante sincretismo post-ideologico veltroniano. Dove ha ecceduto, deragliando, è stato nell’eccesso di personalizzazione con cui ha interpretato il mandato plebiscitario delle primarie. Con una marcata piegatura in chiave personale e tendenzialmente dispotica del mandato di potere (cosa che a un certo punto, in prossimità della prova del referendum costituzionale, gli fu rimproverata apertis verbis da Napolitano).

In fondo, uno “stalinista” aduso al culto della propria personalità. Un aspirante Cesare. Un peccato di hubris, cioè di tracotanza e insolente alterigia. La “rottamazione”, per i suoi modi sbrigativi, sgarbati e persino violenti, è stato un esempio clamoroso di dismisura se non di delirante arbitrarietà.

In fondo, Renzi ha fatto fuori un mucchio di gente che non la pensava così diversamente da lui, salvo il fatto che voleva vedere rispettate, almeno nella forma, certe prerogative oligarchiche. La furia rottamatrice era già impressa fra le righe dello statuto del PD. Ma Renzi ha fatto di più: l’ha sfrondata della coltre retorica per trasformarla in una forza capace di una connotazione esistenziale.

I vecchi dirigenti della sinistra messi alla berlina non per l’ideologia da essi stessi iper-revisionata, ma come esseri viventi decrepiti, cioè rottami, inetti, rei di arretratezza, sconfittismo e pavidità.

Sicché, alla fine, la rovinosa sconfitta di Renzi, conseguita per sua stessa mano (mano sfrenatamente mulinata), ha significato un ripristino di quella farraginosità correntizia, pervicace e camarillesca che era l’eredità più renitente portata in dote al PD dalla tradizione democristiana.

Il “nuovismo” della Schlein e dei suoi corifei d’estrazione radico-sinistra ha dovuto ben presto fare i conti con un partito nel quale ogni tendenza o consorteria fa i cazzi propri, fottendosene di ogni vincolante deliberazione. Un pluralismo anarcoide sottratto a ogni forma di autorità. Anche questo un effetto del renzismo, sia pure perverso, cioè inintenzionale.

È in quel baillamme che è emersa la parte più fulgida e originale della personalità di Cuperlo. Colui che più arditamente aveva cercato di fronteggiare il furore di Renzi, il meno disposto a una conveniente sottomissione, l’alieno, il diverso. Lo sconfitto, però irriducibile, pura forza testimoniale. Una figura gentile nella sua ostinazione dialogante, colto, argomentativo.

L’inclita in un mondo imbarbarito, mal sopportato dal coro rutilante della masnada di homines novi venuti dalla provincia. Che resta anche quando molti dei rottamati se ne vanno, ivi compresi i militanti che si erano spesi a suo sostegno nella lotta contro Renzi. Il Gandhi del PD. Epperò, questa del testimone stoico è una figura in fondo consustanziale, e a suo modo tutt’altro che illogica, nel perverso rapporto con la brutalità del violentatore. A un certo punto, ascoltando certi toni accorati, si è avuto come l’impressione che Cuperlo aspirasse a redimere Renzi dalla sua cattiveria innata.

Dall’alto di una misconosciuta, e per nulla esibita, superiorità morale-intellettuale. Una superiorità che adesso, con le cose giunte alla conclusione e con il viluppo della storia comune infine sgrovigliato, può dispiegarsi in un signorile quanto cameratesco pour parler. Cuperlo sta, come è sempre stato, e non gli si può chiedere di sortire dalla sua natura.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini

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