Qandil, la resa delle armi: il PKK chiude la stagione della guerra

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Nei monti Qandil il PKK annuncia il ritiro delle unità armate dalla Turchia, accogliendo l’appello di Öcalan. Dopo decenni di conflitto, inizia la fase politica del movimento curdo. Ma la tregua segna anche un successo strategico per Erdogan.

Il PKK chiude la stagione della guerra

Maria Morigi*

Monti Qandil in Kurdistan. Al confine tra Iran e Iraq, catena montuosa dei Zagros, in un’area di circa 50 kmq nella provincia di Sulaymaniyah c’è il quartier generale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) con circa 5.000 fazioni curde del PKK (Il Pkk, fondato alla fine degli anni 70 e considerato “organizzazione terroristica” da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea, aveva intrapreso la lotta armata nel 1984).

La zona dei monti Qandil è stata bombardata dall’aviazione turca e dall’artiglieria militare iraniana per diversi anni.

Il 26 ottobre in una cerimonia organizzata ai piedi del monte Qandil, il PKK ha ufficialmente annunciato il ritiro delle proprie unità armate dalla Turchia. Il portavoce Zagros Hiwa ha detto che il ritiro rappresenta “l’attuazione della seconda fase del percorso verso la pace” a conferma dell’accoglimento dell’appello del leader storico Abdullah Öcalan – detenuto dal 1999 e condannato all’ergastolo – che a maggio aveva invitato i militanti alla smobilitazione e alla transizione verso un impegno politico non violento.

A luglio scorso nel nord dell’Iraq un piccolo contingente di combattenti aveva deposto simbolicamente le armi durante un’altra cerimonia dopo la quale il Parlamento turco aveva istituito una commissione multipartitica di 51 membri per definire il quadro legale e politico che avrebbe dovuto accompagnare la nuova fase del dialogo. Ora questa nuova fase è arrivata e forse siamo alla fine formale di un conflitto armato durato decenni.

Nel comunicato ufficiale del 26 ottobre il movimento curdo invita il governo di Ankara ad approvare le misure legislative per garantire il processo di pacificazione e la partecipazione dei propri militanti alla vita politica democratica del paese, proseguendo quanto già avviato a luglio scorso, ma l’annuncio non avrebbe un grande impatto operativo, perché il Pkk ormai da tempo ha una presenza minima in Turchia.

Tuttavia è un segnale politico non trascurabile, perché realizzato alla vigilia del previsto incontro tra il presidente Erdogan e una delegazione del protagonista dei precedenti colloqui tra Öcalan e Ankara, cioè il Partito Democratico dei Popoli (HDP) che unisce forze filo-curde e di sinistra. Comunque è sempre una vittoria di Erdogan.

* Grazie a Maria Morigi

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