Le parole e le cose: non chiamateli riformisti, sono reazionari

L’abbandono di alcuni cosiddetti big dal PD dopo la nomina di Schlein a Segretaria (Fioroni, Marcucci, Borghi, Chinnici e ultimo Cottarelli), è commentato dagli opinionisti come la fuga dei “riformisti”. Ma cosa li connoterebbe come tali?

Non chiamateli riformisti, sono reazionari

Una delle caratteristiche degli ultimi trent’anni è lo slittamento di significato delle parole. In particolare la parola “riformista”.

Ma perché chiamare “riformisti” coloro che vogliono abolire tutte le riforme che introducevano tutele dei lavoratori?

Riformisti erano coloro che intendevano introdurre elementi di socialismo gradualmente (Bernstein, Turati), gente che oggi sarebbe etichettata come sovversiva. Perché chiamare “riformisti” gente che vuole tornare all’Ottocento? Mi pare un imbroglio per non usare il termine preciso, che ovviamente non è riformista, ma reazionario.

Così, coloro che abbandonano oggi il PD possono farlo per molte ragioni, ma dire che vanno via i riformisti mi sembra il solito imbroglio semantico di Renzi.

Stanno andando via i reazionari peggiori, quelli che sognano austerità e precariato come supremo ideale sociale.
Poi, che ciò che resta dentro il PD sia pochezza è un’altra cosa.

*Per gentile concessione di Vincenzo Costa

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Vincenzo Costa
Vincenzo Costa
Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia. Ha scritto saggi in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, apparsi in numerose riviste e libri.

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