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Lo scandalo “Palazzopoli” esploso a Milano non è un’eccezione, ma il sintomo di un sistema: quattro decenni di dominio della rendita fondiaria, mascherato da sostenibilità. Tra tecnocrati, archistar e capitali globali, la città si rivela macchina per l’espulsione sociale.
Palazzopoli, il vero volto di Milano
A Milano, l’esplosione dello scandalo urbanistico dell’estate 2025 ha agito come un flash che, per un istante, ha illuminato la vera anatomia della città. Quella che i magistrati hanno sintetizzato in settantaquattro nomi iscritti nel registro degli indagati, che la stampa ha incorniciato in un nome giornalistico, “Palazzopoli”, è in realtà la manifestazione di un ordine più profondo e radicato: un ordine fondato sulla subordinazione strutturale dell’interesse collettivo alla rendita immobiliare, un ordine che da almeno quattro decenni modella la città sulla base delle esigenze della borghesia fondiaria e finanziaria e che, come ogni ordine, è oggi attraversato da contraddizioni che ne incrinano la legittimità.
Chi osservi con sguardo storico coglierà subito che questa vicenda giudiziaria è l’esito di un processo lungo, stratificato, che affonda le sue radici ben oltre Expo 2015. Già a partire dagli anni Ottanta, con la crisi della grande industria e la progressiva dismissione delle aree manifatturiere, la borghesia milanese iniziò a riconfigurare la città come piattaforma di valorizzazione patrimoniale.
Il passaggio dai capannoni alle “aree dismesse” non fu una mera trasformazione economica, ma un atto politico e culturale: significò lo spostamento della centralità economica dalla produzione al possesso della terra, l’avvento della città come merce, la nascita del mito della Milano “globale”.
Negli anni Novanta, le dismissioni massicce di patrimonio pubblico residenziale e ferroviario segnarono un ulteriore passo: il Comune stesso, già allora governato da giunte nominalmente di centrosinistra, divenne agente di privatizzazione, riducendo il proprio ruolo di soggetto regolatore e facendosi mediatore per la rendita.
Il nuovo millennio vide la legittimazione ideologica di questa traiettoria. La retorica della “competitività” prese il posto del linguaggio della solidarietà sociale; la “rigenerazione” sostituì la pianificazione sociale dei quartieri popolari.
In questo clima culturale si formò la figura di Giuseppe Sala, prima manager in Pirelli, poi alla guida di SEA e Ferrovie Nord: un uomo senza tradizione politica, perfetto per incarnare il volto tecnocratico e neutro che la borghesia milanese desiderava (talvolta, per esigenze narrative o giornalistiche, è stata accennata una sua presunta vicinanza giovanile ai “movimenti” studenteschi degli anni Settanta, anche in virtù dell’impegno politico del fratello; ma nulla nella sua traiettoria culturale o documentale suggerisce un reale radicamento in quelle esperienze, che rimasero piuttosto un contesto generazionale a lui esterno e marginale).
Quando nel 2011 venne nominato commissario straordinario di Expo 2015, Sala divenne il garante di un grande evento che servì da spartiacque: l’Expo fu infatti un atto costituente per l’assetto urbano contemporaneo. La sospensione delle regole urbanistiche, le deroghe ambientali, la normalizzazione di un’amministrazione al servizio degli investitori esteri e dei fondi immobiliari divennero la nuova normalità. Con Expo, la città si consacrò definitivamente alla sua funzione di vetrina globale e di macchina di estrazione della rendita.
L’elezione di Sala a sindaco nel 2016 non fu dunque una novità, ma la prosecuzione coerente di un regime consolidato. Il mandato di Sala è stato attraversato da una serie di progetti emblematici: il recupero degli scali ferroviari, la candidatura alle Olimpiadi invernali 2026 con la costruzione del Villaggio Olimpico a Porta Romana, la pianificazione della Torre Botanica sull’area del Pirellino.
Tutti progetti, va detto, sostenuti da un lessico rassicurante e progressista — “verde”, “sostenibile”, “inclusivo” — e tutti caratterizzati da un impianto materiale di espulsione dei ceti popolari, di gentrificazione delle aree centrali e di valorizzazione finanziaria dei suoli.
In questo schema, i protagonisti dello scandalo hanno incarnato ciascuno una funzione specifica del blocco sociale dominante. Giuseppe Sala, sindaco e già commissario Expo, è stato il volto presentabile, il mediatore istituzionale, il garante. Egli si è difeso proclamando la propria buona fede e rivendicando la legittimità delle scelte fatte “per il bene della città”. Ma la questione, come è evidente a chi osserva con coscienza di classe, non è morale: è politica. La funzione di Sala è stata quella di garantire la continuità dell’accumulazione per la borghesia immobiliare, nonostante ogni scandalo.
Giancarlo Tancredi, burocrate storico del Comune e poi assessore alla rigenerazione urbana, ha incarnato la figura del funzionario tecnico organico alla rendita: un uomo capace di trasformare in regolamento la volontà del capitale, piegando le commissioni e i vincoli a favore dei proprietari, costruendo la legittimità formale di ciò che socialmente è espropriazione. Tancredi non è un caso isolato, ma il tipo ideale della tecnocrazia contemporanea.
Manfredi Catella, amministratore delegato di Coima, è la personificazione più brutale del capitale immobiliare e finanziario: il proprietario che considera lo spazio urbano una tabella di Excel, un “asset” da rendere più redditizio possibile, e che esercita pressioni indebite sulle istituzioni come su semplici strumenti da piegare. Le intercettazioni in cui detta condizioni alla Commissione Paesaggio sono la conferma che la città appartiene già a questo blocco proprietario e che il Comune non è che una sua appendice.
Stefano Boeri, architetto‑star e già assessore alla cultura, è invece la figura dell’intellettuale che costruisce il consenso culturale. I suoi boschi verticali e le sue torri botaniche non sono innovazione sociale, ma ideologia estetica della gentrificazione: la maschera verde della mercificazione. Boeri è il produttore di legittimità simbolica del dominio borghese, che vende la città come lusso per élite globali.
Le forze politiche, al momento dell’esplosione dello scandalo, hanno mostrato senza esitazioni la loro collocazione di classe. Il Partito Democratico ha ribadito il sostegno a Sala e Tancredi, applaudendoli in consiglio comunale e confermando la fedeltà al “modello Milano”, che considera un baluardo progressista contro il “populismo”. La destra, Lega e Fratelli d’Italia, ha chiesto le dimissioni di Sala, ma in modo puramente strumentale: non per contestare la logica della rendita ma per rivendicare per sé la gestione dello stesso ordine urbano. Nessuna delle due forze mette in discussione il sistema; entrambe si limitano a contendersi la sua amministrazione.
Eppure, la città non è mai stata del tutto pacificata. Già durante Expo si erano viste manifestazioni contro la svendita del patrimonio pubblico, le condizioni di lavoro precarie e la cancellazione della memoria sociale dei luoghi. Le campagne “No Expo” e “Milano non è in vendita” furono le prime a denunciare ciò che oggi appare chiaro a tutti. Negli anni successivi si moltiplicarono le vertenze: i comitati degli inquilini degli scali ferroviari, i presìdi contro la costruzione del Villaggio Olimpico, la campagna “No Torre Botanica”, le occupazioni simboliche di edifici sfitti. Si tratta di movimenti frammentati, minoritari e spesso schiacciati dall’egemonia culturale del neoliberismo, ma che continuano a tenere vivo un conflitto che la borghesia preferirebbe credere estinto. Anche oggi, dopo l’inchiesta, piccoli gruppi hanno presidiato Palazzo Marino per ribadire che la città è un diritto e non un bene di lusso.
Lo scenario che si apre è duplice. Da un lato, la borghesia tenterà di riorganizzarsi, magari sostituendo alcune figure bruciate e promettendo maggiore trasparenza, per preservare l’essenza del proprio dominio. Dall’altro lato, se i movimenti riusciranno a saldare le proprie vertenze in un progetto comune, la crepa aperta dallo scandalo potrà trasformarsi in un varco. La città resta il terreno in cui le contraddizioni sociali esplodono più visibilmente: è il luogo dove l’accumulazione della ricchezza convive con l’espulsione della miseria, la concentrazione della proprietà con la marginalizzazione degli abitanti.
E in questa tensione tra dominio e resistenza si decide, oggi, la vera sostanza della città. Non basta cambiare i volti. Non basta invocare regole più severe. Occorre rovesciare i rapporti sociali su cui essa si regge, e riconsegnare la città a chi la produce e la vive quotidianamente: alle classi lavoratrici, a coloro che la tengono in piedi con il proprio lavoro e la propria presenza e non certo alla rendita e a coloro che la divorano attraverso l’appropriazione parassitaria.

* Per gentile concessione di Chiara Pannullo
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