Netanyahu vuole il Mossad: la guerra interna che sta divorando Israele

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La nomina di Roman Gofman al vertice del Mossad scatena una guerra istituzionale in Israele. Netanyahu tenta di consolidare il controllo sugli apparati di sicurezza, ma magistratura, intelligence e opposizione reagiscono. Lo Stato ebraico mostra crepe sempre più profonde.

Netanyahu vuole il Mossad come proprietà privata: Israele entra nella sua notte dei lunghi coltelli

La battaglia attorno alla nomina del nuovo capo del Mossad non è una semplice disputa burocratica dentro l’apparato israeliano. È uno scontro di potere che coinvolge il governo Netanyahu, la Corte Suprema, i vertici dell’intelligence e una parte crescente dell’establishment securitario israeliano. Sullo sfondo c’è qualcosa di più profondo: la trasformazione di Israele da democrazia parlamentare militarizzata a sistema politico sempre più dominato dalla personalizzazione del comando.

Benjamin Netanyahu ha indicato Roman Gofman, suo stretto consigliere militare, come successore alla guida del Mossad. Una scelta che, in condizioni normali, sarebbe già delicata. Ma Israele non vive condizioni normali da anni. Il paese è ancora attraversato dalle conseguenze politiche, militari e psicologiche del 7 ottobre 2023, dalla devastazione di Gaza, dalle tensioni regionali permanenti e da una guerra istituzionale interna che sembra ormai strutturale.

Il punto è che Netanyahu non è soltanto un primo ministro longevo. È un leader sotto processo per corruzione, accusato da larga parte dell’opinione pubblica liberal israeliana di aver tentato sistematicamente di svuotare gli equilibri costituzionali dello Stato. In questo contesto, il controllo dell’intelligence non è un dettaglio tecnico: è il centro del potere reale.

Per questo la nomina di Gofman ha provocato una reazione violentissima dentro gli stessi apparati israeliani.

Il Mossad come bottino politico

Secondo quanto emerso sulla stampa israeliana, in particolare su Haaretz, Roman Gofman sarebbe coinvolto in vicende opache legate all’utilizzo improprio di un minorenne nell’ambito di operazioni di influenza e comunicazione politica. Nulla che scandalizzerebbe davvero un sistema abituato da decenni a convivere con zone grigie securitarie, ma abbastanza per trasformare la nomina in un caso giudiziario davanti alla Corte Suprema.

La questione vera, tuttavia, è un’altra. Netanyahu sta tentando di completare il proprio controllo sugli apparati di sicurezza dopo anni di scontri con magistratura, intelligence interna e settori dell’esercito. Il premier israeliano ragiona ormai secondo una logica quasi cesarista: lo Stato coincide progressivamente con la fedeltà personale al leader. Il problema è che una parte dell’apparato israeliano non sembra più disposta ad accettarlo passivamente.

Contro Gofman si è infatti saldata un’alleanza insolita tra il procuratore generale Gali Baharav-Miara, l’ex presidente della Corte Suprema Asher Grunis e soprattutto David Barnea, attuale capo del Mossad. Ed è proprio quest’ultimo il segnale più inquietante per Netanyahu.

Barnea non appartiene all’opposizione liberal classica. Non è un pacifista, né un contestatore della linea securitaria israeliana. È un uomo dell’apparato profondo. Uno di quelli che hanno garantito continuità operativa allo Stato israeliano durante le crisi più dure. Se anche figure simili iniziano a percepire Netanyahu come un pericolo per l’equilibrio interno del sistema, significa che la frattura è arrivata molto più in alto di quanto si voglia ammettere.

La “democrazia forte” che divora sé stessa

Israele continua a essere raccontato in Occidente come “l’unica democrazia del Medio Oriente”, formula automatica ripetuta con la stessa spontaneità con cui si recita una clausola notarile. Ma negli ultimi anni il modello israeliano mostra sintomi sempre più evidenti di degenerazione istituzionale.

La riforma giudiziaria voluta da Netanyahu aveva già spaccato il paese nel 2023, portando centinaia di migliaia di israeliani in piazza. Poi arrivò il trauma del 7 ottobre, che congelò temporaneamente il conflitto interno sotto il peso della guerra. Ma le tensioni non sono mai scomparse. Anzi, si sono radicalizzate.

Oggi Israele appare come una democrazia permanentemente sospesa dentro uno stato d’eccezione continuo: guerra esterna, emergenza interna, polarizzazione assoluta, apparati di sicurezza ipertrofici e un premier che utilizza la logica dell’assedio come strumento di sopravvivenza politica.

Nel frattempo personaggi come Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e simbolo dell’estrema destra religiosa, accumulano potere reale dentro l’apparato coercitivo dello Stato. Molti osservatori israeliani parlano apertamente di “milizianizzazione” della sicurezza pubblica. Una definizione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile perfino negli ambienti più critici.

Eppure il paradosso israeliano è tutto qui: militarmente il paese resta una macchina impressionante di tecnologia, intelligence e capacità offensiva; politicamente, invece, sembra sempre più simile a un sistema bloccato dentro le proprie ossessioni securitarie.

La guerra permanente ha prodotto una mutazione dello Stato. Gli apparati non sono più semplicemente strumenti della politica: stanno diventando il terreno stesso della lotta politica.

Ed è probabilmente questa la vera notizia nascosta dietro la battaglia sul Mossad. Netanyahu non sta soltanto scegliendo un capo dei servizi. Sta tentando di decidere chi controllerà il cuore opaco dello Stato israeliano nel momento più fragile della sua storia recente. Con una differenza rispetto al passato: questa volta, dentro il sistema, qualcuno ha deciso di opporsi apertamente.

 

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