Lula e Bolsonaro, duello rusticano: si insultano su tutto

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Brasile al ballottaggio, sondaggi 51 a 49 per Flávio Bolsonaro dopo un dibattito di insulti e finanze sotto accusa. Il favorito, figlio di un condannato a 27 anni per golpe, tratta con un banchiere inquisito i soldi per un film sul papà, vola da Trump, quello dei dazi contro il processo a Jair, e a pochi giorni dal voto scopre la settimana corta.

Lula e Bolsonaro: si insultano su tutto, si copiano la settimana corta

Sul palmo della mano di Flávio Bolsonaro, domenica sera negli studi della Band a San Paolo, comparivano le lettere PT evidenziate dentro la parola portoghese per «corrotto», esibite davanti alle telecamere come prova a carico del partito di Lula. Era il primo faccia a faccia prima del ballottaggio del 25 ottobre, e avrebbe dovuto servire a convincere gli ultimi indecisi.

Gli analisti si aspettavano un confronto sui programmi e sono rimasti delusi: gli scambi, spesso rivolti ai familiari dei candidati, sono risultati a tratti incomprensibili. Bolsonaro ha camminato dietro le spalle di Lula mentre parlava, ha sostenuto con un dato impreciso che nelle carceri il presidente raccolga moltissimi voti e si è sentito rispondere che Lula li vuole tutti, compreso quello del padre Jair.

Lula ha poi sfidato il rivale a rendere pubbliche le rispettive finanze personali per far verificare le transazioni sospette. Bolsonaro non ha risposto, e due giorni dopo Lula ha scritto ai giudici autorizzando l’accesso ai propri dati a condizione che l’altro faccia lo stesso.

Al primo turno del 4 ottobre Flávio ha ottenuto il 47,03% dei voti validi contro il 45,16% di Lula. I sondaggi diffusi dopo il dibattito lo danno avanti di poco, 51,1 a 48,9 per AtlasIntel/Bloomberg e 52 a 48 per PoderData, 51 a 49 per Datafolha, tutti dentro il margine d’errore. Secondo Quaest il 54% degli intervistati non voterebbe mai per lui e il 53% mai per Lula, mentre il 9% dichiara che voterà scheda bianca o nulla o non andrà alle urne.

Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni per tentato golpe, è agli arresti domiciliari, mentre Lula compirà 81 anni il 27 ottobre. Flávio è al centro delle rivelazioni di Intercept Brasil, secondo cui avrebbe concordato con l’ex banchiere Daniel Vorcaro un finanziamento fino a 134 milioni di real per un film sul padre; lui nega illeciti e parla di sponsorizzazione privata. Dal canto suo ha tirato in causa Lulinha, il figlio del presidente, citato in indagini per presunta corruzione. Il 26 maggio è stato ricevuto da Trump nello Studio Ovale, lo stesso Trump che l’anno scorso aveva imposto dazi al Brasile nel tentativo fallito di fermare il processo a Jair.

Il 14 ottobre il Senato ha approvato l’emendamento costituzionale che riduce la settimana lavorativa da 44 a 40 ore senza tagli di stipendio, da raggiungere gradualmente entro il 2030. Flávio, che vi si era opposto fino a pochi giorni prima, ha votato a favore, e l’unico voto contrario è stato quello dell’ex vicepresidente Hamilton Mourão. Secondo il governo, 15 milioni di persone otterranno un giorno di riposo in più e altre 22 milioni una riduzione dell’orario. Il 16 ottobre il governo ha inoltre diffuso i dati dell’Inpe, secondo cui la deforestazione in Amazzonia è scesa del 41,8% tra agosto 2025 e luglio 2026, a 3.335 chilometri quadrati, il livello più basso dal 1988.

Il programma è l’insulto

Nella Sicilia di Verga e di Mascagni il duello rusticano si apriva con un morso all’orecchio e si chiudeva con un coltello, un cerimoniale che almeno prometteva un epilogo. A San Paolo il morso è stato sostituito da una passeggiata alle spalle dell’avversario, secondo una tecnica che l’influencer Pablo Marçal ha rivendicato dalla platea come ripresa da Trump nel 2016: irritare l’altro invece di convincere chi guarda. La rinuncia agli indecisi è, in fondo, l’unica sincerità della serata.

Il paradosso sta altrove. Si è scritto che i programmi dei due sono separati da una distanza incolmabile, e la distanza si è colmata in una notte quando si è trattato di una misura che interessa decine di milioni di lavoratori. Bolsonaro ha cambiato idea alla vigilia del voto, annunciando, se eletto, un risarcimento alle imprese per le conseguenze della legge. La lezione di economia politica comparata è che le convinzioni durano finché non incontrano un sondaggio.

Lula incassa la riforma e un dato ambientale che non è un comizio, ma il risultato dei satelliti dell’Inpe, in calo per il quarto anno consecutivo. Che arrivino a pochi giorni dal ballottaggio fa parte del galateo di ogni governo, e le foreste non diventano meno verdi per questo.

Più interessante è il voto di rifiuto. Con metà del Paese che non voterebbe mai l’uno e l’altra metà che non voterebbe mai l’altro, il ballottaggio somiglia a un concorso al ribasso: vince il meno detestato e governerà contro i cittadini che lo hanno scelto soltanto per non dover scegliere l’altro. Il resto è scenografia: un quarantacinquenne che eredita la causa di un padre condannato per golpe, un presidente di quasi 81 anni, ciascuno con un figlio o un finanziatore sotto la lente degli inquirenti. Uno ha mostrato la mano, l’altro ha firmato una lettera, e per ora nessuno dei due ha fatto vedere i conti.

Chiunque vinca domenica, la notte elettorale non produrrà un presidente di tutti, ma un vincitore su un Paese che da anni vive in un duello a distanza, con una scorta di rancori che nessuna settimana corta riuscirà ad accorciare. Dopo due ore di dibattito sappiamo molto sui parenti dei candidati e poco su che cosa faranno del Brasile.

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