L’Italia del precariato permanente e l’importanza del 28-29 novembre

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L’Italia vive in un ordine che usa precarietà e stanchezza per governare, mentre sanità, scuola e lavoro crollano sotto tagli e sfruttamento. Lo sciopero del 28-29 novembre diventa rottura reale: un fronte sociale che unisce salario, Gaza, diritti e rifiuto dell’imperialismo.

L’Italia del precariato permanente

L’Italia contemporanea si muove dentro un orizzonte politico che non ammette zone neutre. Ogni segmento della vita sociale, ogni frammento della quotidianità, ogni gesto di lavoro è immerso in un ordine che tende a stabilizzarsi attraverso la precarietà, l’obbedienza e la saturazione del tempo. Lo Stato non governa attraverso la persuasione, ma attraverso la stanchezza, la pressione continua, la costruzione di una normalità impoverita presentata come destino ineluttabile. La politica dominante non offre soluzioni: offre cornici narrative capaci di giustificare la rinuncia.

La precarietà diventa così la forma storica attraverso cui il potere si riproduce. Non è un effetto collaterale: è un dispositivo. Un metodo di disciplinamento sociale, una struttura che impedisce l’emergere di una coscienza collettiva stabile. Chi è costretto a inseguire il salario giorno per giorno non può organizzare il dissenso; chi vive aggrappato a un affitto insostenibile non ha energia per pretendere giustizia; chi affronta un sistema sanitario collassato non può lottare per una trasformazione.

Il presente viene costruito come una trappola materiale in cui la popolazione non è più cittadina, ma forza di sopravvivenza.

La legge di bilancio non fa che confermare questo quadro. È il documento con cui il Paese ratifica la propria subordinazione ai vincoli europei, ai programmi NATO, alla logica della guerra. Ogni taglio alla sanità, ogni riduzione della spesa sociale, ogni mutilazione della scuola, ogni rinuncia alla giustizia salariale è un atto di allineamento all’ordine internazionale.

Le risorse vengono drenate verso il riarmo, verso le compatibilità finanziarie, verso la stabilità degli interessi privati. La vita delle persone non è un orizzonte di valore: è un costo da contenere.

L’imperialismo non appare come una struttura lontana, ma come un dispositivo che attraversa l’Italia in ogni sua articolazione. Gaza, sotto l’assedio e lo sterminio, non è un evento esterno: è il punto in cui l’Occidente mostra la propria verità. Ogni bomba sganciata su un ospedale, ogni bambino estratto dalle macerie, ogni famiglia annientata è parte dello stesso quadro politico in cui l’Italia sceglie di collocarsi. Mantenere relazioni militari, commerciali e diplomatiche con chi pratica uno sterminio è una decisione che definisce la natura morale dello Stato.

L’Italia agisce infatti come parte organica dell’assetto imperialista: sostiene senza esitazioni le politiche israeliane, mantiene attivi i canali militari e commerciali, aderisce disciplinatamente alla strategia NATO e colloca la propria politica estera dentro la stessa matrice che devasta la Palestina. Non vi è ambiguità: il Paese si muove nell’ordine occidentale armato e ne riproduce le logiche materiali, contribuendo alla perpetuazione della violenza che attraversa il Mediterraneo e l’intero scacchiere globale.

La scuola e l’università diventano apparati attraverso cui questo allineamento prende forma. Gli studenti che tentano di discutere di Gaza vengono trattati come disturbatori dell’ordine; chi porta dentro le classi i temi dell’imperialismo viene ricondotto alla disciplina; chi occupa gli istituti per denunciare la complicità del nostro Paese viene considerato un problema da contenere.

La scuola, che dovrebbe formare coscienza critica, viene trasformata in una macchina di neutralizzazione del pensiero. E l’università, luogo teoricamente consacrato alla libertà del sapere, diventa incapace di sostenere docenti e studenti quando si misurano con la guerra, con l’economia globale della violenza, con il ruolo dell’Italia nella NATO.

Il mondo del lavoro vive queste dinamiche come un assedio permanente. Gli orari si dilatano, i salari si contraggono, i contratti si moltiplicano come strumenti di frammentazione, le tutele vengono consumate dall’interno. Il lavoro vivo sostiene l’intero Paese, ma non riceve alcun riconoscimento: né economico, né politico, né simbolico. La logistica, che ha reso ricchi interi settori privati, continua a funzionare solo grazie ai corpi migranti e ai lavoratori sottopagati che tengono accesa ogni linea produttiva.

Gli infermieri reggono ospedali al limite del collasso, gli insegnanti sostengono la scuola senza mezzi, gli operai mantengono aperte le fabbriche che accumulano profitti mai redistribuiti.

Le città si trasformano in dispositivi di estrazione. L’abitare diventa un privilegio. Le donne portano sulle spalle l’intero peso della cura invisibile, come se il loro tempo fosse un’appendice inesauribile del lavoro sociale. I migranti vengono sfruttati, contenuti, impauriti, mentre sorreggono interi settori produttivi; i giovani vivono in uno stato di sospensione che esaurisce la possibilità stessa del futuro. La sanità collassa, e la cura diventa un percorso a ostacoli.

Lo sciopero generale del 28 novembre diventa il gesto materiale attraverso cui è possibile interrompere il flusso del comando capitalistico. La fermata del lavoro vivo non rappresenta una rivendicazione astratta, ma la sospensione concreta del funzionamento dell’intero Paese.

Quando la forza-lavoro si sottrae, la struttura produttiva rivela le proprie fragilità: i trasporti si contraggono, i porti cessano di essere il punto nevralgico delle merci, la logistica espone la sua natura dipendente, gli scuolabus smettono di attraversare le città, le fabbriche rallentano fino a sfiorare lo stallo, gli ospedali trattengono solo ciò che è essenziale. Lo sciopero porta alla superficie una verità che il potere tenta sistematicamente di occultare: l’Italia vive grazie alla ricchezza sociale in movimento, e quando questa si sottrae l’intero meccanismo perde ossigeno.

Dentro questa giornata, la forza sociale collettiva emergente rende visibile ciò che la politica tenta di occultare. Ogni persona in sciopero porta dentro di sé parte della piattaforma materiale: salari che non siano una condanna alla sopravvivenza; case accessibili; sanità pubblica rifinanziata; una scuola non piegata alla disciplina imperialista; orari di lavoro umani; pensioni che siano una restituzione e non una punizione; tassazione dei profitti; regolarizzazione dei migranti; redistribuzione del reddito; protezione dell’ambiente; difesa dei beni comuni; difesa della vita.

E insieme a tutto questo, la dimensione internazionale entra nella piattaforma come componente strutturale: rottura dei rapporti con Israele, embargo sulle armi, liberazione dei prigionieri politici palestinesi, chiusura ai programmi NATO, opposizione al riarmo europeo, rifiuto dell’economia di guerra.

Il giorno successivo, il 29 novembre, Roma diventa lo spazio in cui questa energia trova una forma visibile. Porta San Paolo è pronta ad accogliere una presenza sociale che attraversa le figure del Paese reale: lavoratori che sorreggono la produzione, studenti che portano nelle strade il conflitto politico, migranti che mantengono in piedi interi settori, insegnanti che vivono la scuola come terreno di resistenza, collettivi transfemministi che intrecciano critica e liberazione, operatori sanitari provati dal collasso della sanità, giovani che respirano la rarefazione del futuro, famiglie che affrontano l’impoverimento strutturale, comunità palestinesi che rendono presente la memoria dei loro morti.

Una giornata – che si spera – non si limiti a raccogliere persone, ma costruisca un gesto collettivo, una postura politica, una forma di riconoscimento reciproco tra soggetti che vivono le stesse contraddizioni materiali.

La piazza, nella propria piattaforma, non divide le rivendicazioni: le compatta. Salari dignitosi, case accessibili, rifiuto del riarmo, embargo sulle armi, scuola libera, sanità pubblica, diritti dei migranti, liberazione dei prigionieri palestinesi: ogni richiesta trova la sua posizione dentro una totalità che va riconosciuta come lotta antimperialista.

Il 28 e il 29 non sono giorni separati: sono un’unica onda politica che, insieme alle altre mobilitazioni, ridefinisce il campo della possibilità. Le persone che scendono in piazza non chiedono concessioni: affermano la possibilità materiale di ricostruire un blocco sociale diverso.

Ogni corpo presente diventa parte di un processo di soggettivizzazione, capace di produrre realtà, di interrompere la rassegnazione, di riaprire la storia come terreno di conflitto e non come spazio già deciso.
I

l Paese, in questi mesi, ritrova qualcosa che sembrava perduto: la capacità di riattivare la propria forza storica. Non appendice del blocco atlantico; non esecutrice di direttive europee; non complice passiva della guerra, ma parte di un movimento che riconosce nella dignità della vita il limite invalicabile di ogni ordine politico.
E questa è, oggi, la vera posta in gioco.

 

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Chiara Pannullo
Chiara Pannullo
Attivista del Collettivo Politico 13 Rosso di Firenze, internazionalista. attiva nell'organizzazione delle iniziative culturali dell'Associazione Mariano Ferreyra

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