La Cassazione smonta il decreto sicurezza: nuovo colpo al governo

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La Cassazione smonta il decreto sicurezza del governo Meloni: dubbi di costituzionalità, abuso della decretazione d’urgenza e rischi per libertà fondamentali. Dietro la retorica dell’ordine emerge un modello sempre più repressivo e autoritario.

Decreto sicurezza, Cassazione contro il governo

Non è arrivata da un collettivo antagonista, da Amnesty International o da qualche assemblea universitaria occupata. La demolizione più dura del cosiddetto “decreto sicurezza” del governo Giorgia Meloni è arrivata dall’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, cioè da uno degli organismi tecnici più autorevoli dell’ordinamento giudiziario italiano. In una relazione di 129 pagine, i magistrati mettono in fila dubbi di costituzionalità, forzature procedurali e rischi sistemici per diritti fondamentali e libertà pubbliche. Un testo che, pur non essendo vincolante, rappresenta una guida interpretativa rilevantissima per magistrati e avvocati. E soprattutto rappresenta una sonora smentita alla retorica governativa sulla “sicurezza democratica”.

La critica più pesante riguarda il metodo. Il governo ha trasformato in decreto-legge un disegno di legge che aveva già quasi completato l’iter parlamentare. In altre parole: non c’era alcuna vera urgenza. La Cassazione sottolinea infatti che il testo era già pronto per il passaggio finale al Senato e che il ricorso alla decretazione d’urgenza appare difficilmente giustificabile. Tradotto dal burocratese giuridico: il governo ha aggirato il Parlamento pur non avendone reale necessità.

E qui emerge un tratto ormai strutturale della politica italiana contemporanea: l’emergenza come tecnica ordinaria di governo. Si governa per decreti, per accelerazioni, per commissariamenti continui della discussione democratica. Sempre in nome della necessità, della stabilità, della sicurezza. Il Parlamento resta formalmente in piedi, ma sempre più simile a un teatro di ratifica.

Il diritto penale come strumento politico

Il Massimario parla apertamente di un ricorso “accentuato” allo strumento penale e richiama le critiche di costituzionalisti, penalisti, ONU e OSCE. Non esattamente un gruppo Telegram di anarchici col passamontagna. Le norme del decreto vengono definite eterogenee, confuse, accomunate soprattutto da una logica repressiva. Terrorismo, canapa, carceri, manifestazioni, migranti: tutto impastato dentro un unico contenitore emergenziale.

È il vecchio trucco della politica securitaria: fondere fenomeni diversissimi dentro una percezione generalizzata di pericolo. Così ogni conflitto sociale può essere trattato come questione d’ordine pubblico e ogni dissenso potenzialmente reinterpretato come minaccia alla stabilità dello Stato.

Particolarmente inquietanti risultano le norme sulle manifestazioni pubbliche. La Cassazione richiama “l’ampia discrezionalità assicurata al questore” e il rischio che il giudizio di pericolosità si trasformi in arbitrio. Una formula giuridica elegantissima per dire una cosa piuttosto semplice: si rischia di punire persone non per ciò che fanno, ma per ciò che potrebbero rappresentare simbolicamente.

Ed è qui che il decreto mostra il proprio vero volto politico. Non si tratta soltanto di sicurezza. Si tratta di controllo preventivo del conflitto sociale in una fase storica attraversata da crisi economiche, impoverimento, guerra permanente e crescente tensione politica.

La normalizzazione della repressione democratica

L’articolo forse più emblematico è quello che introduce il reato di rivolta carceraria punendo perfino la “resistenza passiva”. La Cassazione parla di un “novum senza precedenti” e avverte che si rischia di scivolare verso un “diritto penale d’autore”. Formula tecnica che meriterebbe di essere tradotta brutalmente: non conta più soltanto ciò che fai, ma ciò che sei percepito come possibile elemento disturbante dell’ordine.

È una trasformazione culturale enorme. Perché il diritto penale liberale nasceva teoricamente per punire fatti concreti, non atteggiamenti o posture sociali. Qui invece si apre uno spazio ambiguo dove persino l’inazione può diventare penalmente rilevante.

Naturalmente tutto questo viene presentato come difesa della legalità. È sempre così. Ogni irrigidimento autoritario contemporaneo si presenta come tutela della democrazia. Nessuno si dichiara contro le libertà fondamentali: semplicemente le si restringe progressivamente in nome dell’emergenza permanente.

Una democrazia sempre più svuotata nella sostanza e sempre più ossessionata dalla gestione preventiva della paura.

 

 

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