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Alla Reggia di Caserta un flash mob “per la libertà” diventa vetrina per estremisti pro-Bandera e per Pina Picierno, avvolta nella bandiera UE. Pochi presenti, molte ambiguità: tra censure culturali, fanatismo europeista e derive destrorse.
Europa, democrazia, libertà… e Stepan Bandera? Le ambiguità del flash mob alla Reggia di Caserta
Doveva essere una vibrante manifestazione in difesa dei valori europei, un tripudio di libertà e democrazia in chiave comunitaria. In realtà, il flash mob svoltosi alla Reggia di Caserta si è rivelato un evento di scarsa partecipazione, tanto modesto nei numeri quanto grottesco nei simboli.
A farsi notare più della folla – esigua – è stata la presenza della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, tra le promotrici dell’iniziativa, immortalata in una posa a metà tra il fanatismo e l’autocompiacimento: avvolta goffamente nella bandiera blu a stelle dell’Unione, come se l’avesse scambiata per un mantello salvifico, pronta a combattere da sola tutte le autocrazie del mondo. Peccato che, in questo slancio teatrale, Picierno si sia trovata a condividere il palco – e l’entusiasmo – con figure di ben altra estrazione e inclinazione ideologica.
Tra queste, spicca Oles Horodetskyy, presidente dell’Associazione Cristiana degli Ucraini in Italia. Una figura tutt’altro che neutrale: vicino al movimento di estrema destra Settore Destro, Horodetskyy è apparso più volte in atteggiamenti celebrativi nei confronti di Stepan Bandera, il controverso leader del nazionalismo ucraino responsabile, tra le altre cose, di violenti pogrom antiebraici durante la Seconda guerra mondiale.
Sorge dunque una domanda inevitabile: le sue posizioni sono davvero compatibili con i valori che i “veri riformisti” del Partito Democratico, presenti all’evento, dichiarano di voler difendere? O ci troviamo, ancora una volta, di fronte a quell’indulgenza selettiva che permette ogni compagnia, purché serva a esibire buone intenzioni in pubblico?
Le ambiguità, tuttavia, non si fermano a questo. Tra i cartelli sventolati dai partecipanti, campeggiava anche uno slogan dell’artista ucraino Pavlo Makov, lanciato alla Biennale di Venezia del 2022, come parte della campagna Cancel Russia. Il messaggio è chiaro, e inquietante: respingere in blocco la cultura russa, considerata uno strumento coloniale dell’impero. In altri termini, censurare non solo i portavoce ufficiali del regime putiniano, ma l’intera tradizione culturale russa, da Dostoevskij a Čajkovskij.
Il cartello recitava: «Respingi questa fascinazione: ogni piccolo Dostoevskij è seguito da una pioggia di missili. È ora di privarli del loro carburante». Una dichiarazione che trasuda isteria identitaria, e che, ironicamente, ripropone in salsa europeista la stessa logica autoritaria contro cui si dice di combattere.
Viene da chiedersi: è questa la nuova frontiera dell’europeismo progressista? Giustificare il nazionalismo estremo, in nome dell’“antirussismo”, e cancellare la cultura come fosse un bersaglio militare? Si è davvero consapevoli, tra i promotori di questo tipo di manifestazioni, delle implicazioni profondamente antisemite legate al culto di Bandera? O si preferisce glissare, in nome di una narrazione binaria dove l’Ucraina è per definizione “dalla parte giusta della storia”?
Il nodo, infatti, è politico prima ancora che etico: l’Europa liberale che si vuole difendere dalle autocrazie può tollerare, senza contraddirsi, alleanze con attivisti che promuovono retoriche identitarie e pratiche censorie? E perché, mentre si invoca la cancellazione della cultura russa, si evita accuratamente ogni critica a regimi ben più vicini e militarizzati, come quello israeliano?
Un giorno si dovrà pur discutere seriamente del modo in cui la guerra in Ucraina, pur nel suo tragico svolgimento, si è rivelata anche un utile strumento per spingere un’ampia fetta di europarlamentari – anche eletti tra le file del centrosinistra – verso nuove, solide “amicizie destrorse”.
Nel frattempo, il flash mob alla Reggia di Caserta si consegna alla cronaca come un paradosso ambulante: poche persone, molte bandiere, retorica a valanga e compagnia discutibile. Il tutto sotto l’egida di una democrazia che, per affermarsi, sembra sempre più disposta a rinunciare a sé stessa.

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