Delcy Rodríguez regala il petrolio venezuelano a Trump, cinquant’anni dopo la nazionalizzazione

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A cinquant’anni dalla nazionalizzazione di PDVSA, Delcy Rodríguez cede a Trump il controllo maggioritario su 65 miliardi di barili di riserve venezuelane. Il Paese con le maggiori riserve al mondo torna satellite economico, e il pianeta incassa altri combustibili fossili.

Delcy Rodríguez firma, Trump incassa: il petrolio venezuelano cambia padrone

Il 29 agosto 2026 Donald Trump ha annunciato su Truth Social quello che ha definito “il più grande accordo petrolifero della storia mondiale”: gli Stati Uniti ottengono il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela, attraverso una partnership con operatori privati.

Secondo quanto riferito da un funzionario americano al New York Times, l’intesa assegnerebbe a Washington il 55% della produzione di una joint venture attiva nel Paese sudamericano, che possiede le maggiori riserve di greggio accertate al mondo, oltre 303 miliardi di barili. L’accordo prevede lo sviluppo di 17 giacimenti strategici, investimenti dichiarati per oltre 100 miliardi di dollari e entrate fiscali stimate in 209 miliardi per lo Stato venezuelano, il tutto, sottolinea Trump con orgoglio quasi commerciale, “a costo zero per il contribuente americano”.

La presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha confermato l’intesa parlando di un accordo “storico” che avrà “un impatto significativo sulla rinascita della nostra nazione”, ringraziando pubblicamente Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Guerra Pete Hegseth per il sostegno ricevuto nella definizione dell’accordo, definito una “pietra miliare storica” nelle relazioni bilaterali.

L’intesa arriva a sette mesi esatti dalla caduta di Nicolás Maduro, sequestrato lo scorso gennaio in seguito a un’operazione militare statunitense, e in un momento in cui le riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti si trovano ai livelli più bassi degli ultimi decenni secondo i dati dell’Energy Information Administration. Non è passato inosservato, tra gli osservatori internazionali, che l’accordo potrebbe incontrare ostacoli politici e costituzionali interni, dal momento che il controllo nazionale delle risorse petrolifere rappresenta da decenni un pilastro dell’identità politica venezuelana, tanto quanto lo era stato, in senso opposto, per la retorica bolivariana che aveva costruito la propria legittimità proprio sulla sovranità energetica.

Cinquant’anni dopo la nazionalizzazione, il petrolio torna a cambiare proprietario

C’è una coincidenza temporale che meriterebbe più attenzione di quanta gliene abbia dedicata la cronaca internazionale delle ultime ore: l’accordo arriva a cinquant’anni esatti dalla nazionalizzazione di PDVSA, avvenuta nel 1976 sotto la presidenza di Carlos Andrés Pérez, quando il Venezuela decise di riportare sotto controllo statale l’industria petrolifera fino ad allora gestita da consorzi stranieri, e a 215 anni dalla dichiarazione di indipendenza del 1811.

Difficile trovare un anniversario più amaramente ironico per un Paese che oggi cede il controllo di maggioranza sulle proprie riserve accertate a un governo straniero, in cambio di promesse di investimento e di entrate fiscali che restano, per definizione, promesse fino a prova contraria.

Rodríguez descrive l’operazione come l’apertura di “una nuova era di ripresa, crescita, produzione, sicurezza e prosperità” per il popolo venezuelano, formula che ricalca punto per punto il lessico ottimistico con cui ogni cessione di sovranità economica viene tradizionalmente presentata al pubblico interno, dai prestiti del Fondo Monetario Internazionale alle concessioni coloniali di inizio Novecento.

Il problema non è tanto il linguaggio, quanto la sostanza che quel linguaggio prova a nascondere: un Paese che possedeva le più grandi riserve petrolifere del pianeta e che per decenni aveva fatto della sovranità sugli idrocarburi il proprio orgoglio nazionale, oggi consegna il controllo maggioritario di quella stessa risorsa a Washington, con la benedizione entusiasta della propria leadership ad interim, insediata proprio grazie all’intervento militare americano che ha portato alla cattura di Maduro.

Un affare a costo zero per Washington, e il pianeta continua a pagare il conto vero

Trump ha avuto cura di specificare che l’operazione non costerà nulla ai contribuenti americani, dettaglio presentato come garanzia di efficienza fiscale ma che nasconde la domanda più ovvia: chi paga davvero, allora? La risposta più immediata riguarda ovviamente il Venezuela stesso, che cede una quota di maggioranza su una risorsa non rinnovabile in cambio di investimenti che arriveranno con tempistiche e condizioni decise altrove.

Ma c’è un secondo conto, meno visibile nei comunicati trionfalistici di entrambe le sponde, che riguarda il pianeta nel suo complesso: 65 miliardi di barili di petrolio destinati allo sviluppo commerciale significano, nella pratica, altrettanti barili di combustibile fossile pronti a entrare nel ciclo produttivo globale in un’epoca in cui ogni rapporto scientifico serio chiede esattamente l’opposto, una riduzione drastica e non un’espansione delle riserve estraibili disponibili sul mercato.

Definire questo accordo semplicemente un affare geopolitico tra due governi significa perdere di vista la sua natura più profonda: la trasformazione di un intero apparato produttivo nazionale in una piattaforma di estrazione a beneficio prevalente di capitali esteri, con la complicità attiva di una classe dirigente locale che ha scelto la sopravvivenza istituzionale immediata rispetto alla difesa di lungo periodo della propria sovranità economica.

È lo stesso schema già osservato altrove in questi mesi, dalla cessione delle riserve auree venezuelane custodite a Londra fino al petrolio già trattenuto dagli Stati Uniti nei mesi scorsi per cifre miliardarie: un Paese che si racconta ancora erede della rivoluzione bolivariana mentre liquida, pezzo dopo pezzo, esattamente ciò che quella rivoluzione aveva promesso di proteggere per sempre.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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