Dal Tg1 a Palazzo Chigi: la parabola di Chiocci e la Rai diventata sempre più TeleMeloni

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Il Tg1 perde ascolti ma il suo direttore Chiocci potrebbe diventare portavoce di Meloni. Rai ridotta a parcheggio per fedelissimi: più propaganda che informazione, denuncia l’opposizione. La qualità giornalistica cede il passo alla fedeltà politica.

Tg1, dal crollo degli ascolti al trampolino per Palazzo Chigi

La Rai non è mai stata estranea alle logiche politiche, ma negli ultimi mesi la vicenda del Tg1 diretto da Gian Marco Chiocci ha assunto i contorni di un vero caso. Il telegiornale “ammiraglia” del servizio pubblico, un tempo leader indiscusso, ha perso terreno a favore di Mediaset.

Eppure, per Chiocci, il risultato è stato tutt’altro che penalizzante: secondo le indiscrezioni, sarà promosso a portavoce ufficiale della premier Giorgia Meloni, ruolo che oggi ricopre già in modo informale. Una scelta che accende polemiche e che l’opposizione interpreta come l’ennesima dimostrazione di come la Rai sia ridotta a “parcheggio per le seconde e terze file della destra”.

Tg1 in declino, Meloni in ascesa

La notizia è stata rivelata dal Foglio e non smentita da Chiocci, che anzi ha confermato di “starci pensando”. In redazione ha ammesso che l’ipotesi è concreta, promettendo di informare l’azienda “prima di accettare”. I giornalisti si sono divisi: alcuni hanno ringraziato per la chiarezza, altri hanno espresso preoccupazione.

L’unico a esporsi nel Consiglio di Amministrazione è stato Roberto Natale, che ha parlato apertamente di “grave danno”, ricordando l’incompatibilità tra la funzione di direttore di un tg pubblico e il ruolo di portavoce politico. Una contraddizione tanto più evidente perché Chiocci è testimonial del Media Freedom Act, la normativa europea che chiede l’indipendenza dei media pubblici dai governi.

Ma per la premier la priorità sembra un’altra: avere al suo fianco un uomo di fiducia. Poco importa che sotto la guida di Chiocci il Tg1 abbia perso ascolti o che il suo nome sia associato a polemiche passate, come lo scoop sulla casa di Montecarlo che segnò la fine della carriera politica di Gianfranco Fini.

Non mancano attriti interni: il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari non sarebbe entusiasta della nomina, ma la decisione finale spetta solo a Meloni. Tra i possibili sostituti di Chiocci al Tg1 circola il nome di Mario Sechi, attualmente relegato a Rai Storia dopo aver ricoperto incarichi di comunicazione a Palazzo Chigi.

TeleMeloni: propaganda, non informazione

La vicenda di Chiocci si inserisce in un quadro più ampio: la gestione della Rai da parte del governo Meloni. Il servizio pubblico è stato trasformato in una “comfort zone” per fedelissimi, spesso non per meriti professionali ma per fedeltà politica. Da Sechi a Gennaro Sangiuliano, ora corrispondente a Parigi dopo l’uscita dal ministero della Cultura, la logica è chiara: chi non trova spazio altrove, trova posto in Rai.

Il risultato è una rete in crisi: ascolti in caduta libera, pubblicità in calo, programmi usati come strumenti di propaganda. Le fughe di conduttori e volti noti confermano il malcontento, mentre nuove produzioni “a tema” puntano a contrastare l’egemonia culturale della sinistra, spesso con esiti modesti sia al botteghino che sul piccolo schermo.

La vera debolezza non è solo la lottizzazione politica, comune a tutte le stagioni della Rai, ma la mancanza di competenze. La Rai di Meloni – ribattezzata “TeleMeloni” – si distingue per la scarsità di professionalità adeguate a gestire prodotti giornalistici e televisivi competitivi. La priorità non è la qualità, ma la quantità di caselle da occupare con figure fidate.

Così, l’ammiraglia dell’informazione pubblica rischia di diventare un megafono governativo, perdendo la sua missione originaria di servizio imparziale e indipendente. Per la premier, che ha ammesso pubblicamente di non amare i giornalisti, forse non è un problema: avere un Tg1 obbediente può valere più di un Tg1 leader negli ascolti. Ma per i cittadini, che finanziano il servizio pubblico, la posta in gioco è molto più alta: l’indipendenza dell’informazione in un Paese democratico.

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