Contrordine: Budapest svanita. Trump-Putin e volenterosi, a che gioco giochiamo?

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Il vertice Trump-Putin a Budapest è svanito fra smentite e manovre diplomatiche: atteso come svolta, si trasforma in teatrino mediatico. L’Europa, spettatrice attiva, finanzia la guerra, mentre Mosca parla di un Trump manipolabile e l’Ue come avversario.

L’improvviso naufragio del “Vertice di Budapest”

Si era parlato di un incontro storico tra Trump e Putin a Budapest, capace di riscrivere gli equilibri della guerra in Ucraina. Invece, quel summit è evaporato nel disordine, nella retorica fumosa e nelle smentite incrociate.

Ogni segnale di “svolta” viene subito ritrattato, lasciando l’osservatore in balìa di una sceneggiatura mediatica che sembra muovere le pedine della politica fra Washington, Bruxelles e Mosca. Il vertice promesso diventa un fantasma diplomatico, e la confusione regna sovrana.

Già al mattino, Reuters annunciava che l’incontro slitterebbe a un tempo indefinito, contraddicendo la retorica dell’urgenza propagandata negli ultimi giorni. Sotto traccia si avverte la pressione del ciclo elettorale statunitense, con Trump che avrebbe voluto brandire una “intesa con la Russia” prima dei midterm.

Si pensava che Rubio e Lavrov, ministri degli esteri, coordinassero traiettorie e scenari per evitare fiaschi. Invece, qualcosa s’è inceppato: telefonate lunghe, promesse implicite e retroscena che mettono in luce fratture e timori reciproci. Quel che sembrava avviarsi verso un’intesa concreta — ad esempio un accordo per evitare l’uso di Tomahawk su Kiev — rischia di restare sulla carta, se non già evaporato.

L’eco divergente dei media: tra elogio e derisione

Nel racconto orchestrato da Mosca, i fatti assumono tinte radicalmente diverse rispetto all’epopea trumpiana. Sui canali finanziati e vicini al Cremlino, Trump è rappresentato come un leader sprovveduto, in balia delle richieste imposte da Putin, dipendente da lodi e benvolenza.

Vladimir Solovëv, tra i più noti opinionisti filo-governativi, enfatizza la supremazia dialettica del Cremlino e dipinge il presidente statunitense come una figura manipolabile. In questa chiave, l’assenza di un incontro tra Rubio e Lavrov viene attribuita non a problemi logistici, bensì a una vittoria diplomatica russa.

Sul fronte americano, Axios afferma che il colloquio fra i due ministri non si concretizzerà, magari perché la telefonata si è rivelata “sufficientemente produttiva” da esaurire la necessità dell’incontro fisico — una spiegazione elegante e vaga. La CNN, che solo poco prima aveva parlato di uno “stand-by”, viene richiamata in causa dallo stesso Lavrov, che mette in discussione la narrazione dominante. Insomma, ogni cronaca sembra flettersi per aderire alla linea politica che la sostiene.

Nel panorama europeo, Bruxelles e i governi nazionali tentano di giocare un ruolo chiave, mostrando sostegno ufficiale a Kiev. Zelensky ormai è parte integrante del ciclo diplomatico. I leader dell’Unione richiamano la sacralità dei confini internazionali, insistendo che nessuno può essere ceduto con la forza.

Sul tavolo, tuttavia, si agitano le spinte degli Stati Uniti a mediare una formula pratica che tenga conto della situazione bellica corrente. Si evoca la creazione di un comitato di pace guidato dall’America, istituzione che dovrebbe supervisionare il rispetto degli impegni e la gestione del cessate il fuoco.

Ma l’Europa, in molti casi, si limita a essere “di tasca”: in prima linea per acquistare armamenti made in U.S.A. da trasferire in Ucraina. Il conto è già salato: stime del governo ucraino indicano spese miliardarie in armi statunitensi, che dovrebbero aumentare ulteriormente entro ottobre. Paradossale che l’impegno in fondi e logistica diventi l’unico contributo concreto degli alleati europei.

Nel breve volgere, l’Ungheria — paese che aveva sperato nello svolgimento dell’incontro di Budapest — si defila: Viktor Orbán salterà la discussione mattutina, promettendo di arrivare in ritardo per motivi legati ai festeggiamenti della rivoluzione ungherese. Intanto la NATO pianifica una missione diplomatica a Washington, mentre Mosca resiste all’idea di un cessate il fuoco immediato.

Per il Cremlino, congelare gli scontri significherebbe dimenticare le ragioni profonde della guerra: in primis, l’espansione dell’alleanza atlantica verso l’Ucraina, vista come minaccia diretta alla sicurezza russa. Lavrov richiama gli “accordi” già sottoscritti fra Putin e Trump ad Anchorage, sostenendo che non si può abbandonarne i principi — soprattutto l’idea di una pace duratura e non di un’illusoria tregua istantanea.

Per il Cremlino, le dichiarazioni europee – Zelensky incluso – sarebbero solo un tentativo dell’Unione di ostacolare il nuovo faccia a faccia fra Washington e Mosca. L’Europa, secondo Mosca, agisce soltanto per “danneggiare la Russia”, indebolire le sue posizioni e ostacolare qualsiasi soluzione che Mosca – e non Bruxelles – ritenga di dover imporre.

Il vertice di Budapest, promesso e mai concretizzatosi, rimane così un simbolo vacuo: specchio di ambizioni, paure, propaganda e scontri sotterranei.

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