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In Colombia il ballottaggio è sospeso: de la Espriella si autoproclama vincitore con meno di un punto di vantaggio. Il Pacto Histórico impugna 33mila sezioni. Trump e Rubio già festeggiano. Lo scrutinio ufficiale non è ancora chiuso e la situazione è già esplosiva.
Colombia: De la Espriella, Trump e il vecchio copione latinoamericano
Il ballottaggio colombiano non ha prodotto un vincitore: ha prodotto una disputa. Il conteggio preliminare assegna ad Abelardo de la Espriella, candidato dell’estrema destra filotrumpiana, un vantaggio su Iván Cepeda del Pacto Histórico inferiore a un punto percentuale, in una votazione nella quale nessuno dei due supera la soglia del cinquanta per cento.
Margine che, in qualsiasi democrazia con un minimo di rigore procedurale, impone scrutinio completo, verifica dei verbali e rispetto dei meccanismi di ricorso. Il Pacto Histórico ha impugnato trentatremila sezioni elettorali, chiedendo ai propri rappresentanti di seguire ogni passaggio dello spoglio ufficiale. Posizione democratica, non eversiva — come ha precisato Cepeda stesso, che ha dichiarato che rispetterà il risultato finale una volta completate le verifiche.
Quello che non è democratico è altro: la proclamazione anticipata di De la Espriella dal palco di Barranquilla, avvenuta prima che lo scrutinio ufficiale chiudesse il processo e prima che le contestazioni fossero esaminate. Un atto di forza simbolico, non un esercizio di pazienza istituzionale. A cui si è aggiunto, nel giro di ore, il riconoscimento entusiasta di Donald Trump, di Marco Rubio e dell’intera rete delle destre latinoamericane allineate a Washington. Non perché il risultato fosse definitivo. Ma perché il candidato era quello giusto, e in certi circuiti la legittimità si conferisce prima ancora che le urne vengano chiuse in modo inappellabile.
Il modello peruviano e la Dottrina Monroe del XXI secolo
Lo schema non è nuovo. Una destra che viene presentata come vincitrice sulla base di risultati preliminari, un campo progressista che chiede trasparenza e viene immediatamente accusato di non accettare la sconfitta, un’ondata di riconoscimenti internazionali precoci che trasformano il conteggio provvisorio in fatto compiuto. È il modello peruviano applicato alla latitudine colombiana, con varianti locali ma logica identica. Ciò che conta non è la verifica della volontà popolare: conta la velocità con cui si consolida la narrazione della vittoria, prima che eventuali anomalie possano essere documentate e discusse.
Il presidente uscente Gustavo Petro ha scelto di rispondere con precisione istituzionale: è lo scrutinio ufficiale a determinare il presidente, non il conteggio preliminare elaborato da un sistema tecnico oggetto di contestazioni. Ha chiesto l’impugnazione delle sezioni con moduli E14 privi di firme e ha insistito sul rispetto dei tempi giudiziari. Non è ostruzionismo: è l’applicazione elementare delle garanzie che ogni sistema elettorale prevede quando il margine è minimo e le irregolarità denunciate sono numerose e verificabili.
Sullo sfondo c’è una posta geopolitica che sarebbe ingenuo ignorare. La Colombia di Petro aveva tentato di costruire una politica estera più autonoma: riapertura delle relazioni con il Venezuela, dialogo con Caracas sulla gestione condivisa della frontiera, distanza critica dai diktat di Washington sull’America Latina. Non un allineamento con Mosca o Pechino, ma una postura di indipendenza che in certi ambienti viene già vissuta come un’anomalia intollerabile. De la Espriella rappresenta il ritorno all’ordine: mano dura sulla sicurezza, militarizzazione del territorio, interruzione dei negoziati con i gruppi armati, imitazione del modello Bukele con le sue megaprigioni, smantellamento progressivo dello stato sociale e riallineamento automatico agli interessi statunitensi. Una Colombia che torni a essere piattaforma dell’offensiva di Washington contro Caracas, in un momento in cui l’amministrazione Trump non nasconde la volontà di piegare ancor di più il Venezuela e appropriarsi delle sue riserve energetiche.
Il programma interno non è meno preoccupante. Petro aveva avviato — tra contraddizioni, resistenze parlamentari e limiti oggettivi — un ciclo di riforme orientate verso la riforma agraria, i diritti del lavoro, la transizione energetica, il riconoscimento delle comunità indigene e afrodiscendenti, il dialogo territoriale con le aree storicamente marginalizzate. Un progetto incompiuto, certo, ma con una direzione riconoscibile. De la Espriella promette la direzione opposta: restaurazione sociale, priorità estrattiva, retorica antisocialista che non si ferma alla critica politica ma punta alla delegittimazione dell’avversario come nemico da neutralizzare.
La fase che si apre è per questo delicata in misura insolita. Se lo scrutinio ufficiale confermerà il vantaggio della destra, il Pacto Histórico dovrà costruire un’opposizione capace di difendere le conquiste degli ultimi anni senza cedere né alla rassegnazione né alla tentazione dello scontro frontale prematuro.
Se le impugnazioni dovessero modificare il quadro, dovrà evitare che la destra trasformi la propria pretesa di vittoria in pressione di piazza e ricatto internazionale. In entrambi i casi, lo scrutinio ufficiale resta l’unico terreno legittimo su cui questa partita può e deve essere giocata. Tutto il resto — i tweet di Trump, le congratulazioni di Rubio, i palchi di Barranquilla — è pressione politica, non democrazia.

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