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La ribellione di Massie e di altre deputate repubblicane sul caso Epstein incrina il controllo di Trump sul GOP. Il calo di popolarità, i dazi contestati e le tensioni interne mostrano un partito meno disposto a seguirlo ciecamente.
I repubblicani abbandonano Trump nel caso Epstein: inizio di migrazione?
«Il 91 percento dei miei elettori sostiene il mio partito… e la stessa percentuale sostiene il presidente… ma quando si proteggono i pedofili, quando il bilancio esplode e quando iniziano guerre… non ho altra scelta che dissentire». Con queste parole, il deputato repubblicano a tendenza libertaria Thomas Massie, del Kentucky, ha preso le distanze da Donald Trump in un’intervista alla CNN.
Le sue critiche alle politiche del presidente non sono state ovviamente apprezzate: Trump ha già annunciato che non gli offrirà l’endorsement alle prossime elezioni di midterm, mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza politica dello stesso Massie.
Una delle “colpe” più gravi attribuite a Massie è la discharge petition, una procedura che ha raccolto 216 firme alla Camera per bypassare il potere dello Speaker e forzare il voto sul rilascio dei file del caso Jeffrey Epstein. Il deputato del Kentucky è stato il promotore dell’iniziativa, affiancato dal collega progressista californiano Ro Khanna. Epstein, imprenditore americano, fu condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, e nel 2019 venne trovato morto nella sua cella al Metropolitan Correctional Center di New York.
Trump si è opposto al rilascio dei documenti e ha fatto di tutto per impedirlo, aumentando i sospetti che la divulgazione possa danneggiarlo, vista la sua lunga amicizia con Epstein.
Massie non è l’unico ad aver “tradito” l’inquilino della Casa Bianca: altre tre deputate repubblicane — Nancy Mace (South Carolina), Lauren Boebert (Colorado) e Marjorie Taylor Greene (Georgia) — hanno firmato la discharge petition, costringendo lo Speaker a programmare un voto nei prossimi giorni. Trump aveva convocato Mace e Boebert alla Casa Bianca per convincerle a ritirare la firma, ma senza successo, nonostante siano sempre state sue fedelissime.
A queste defezioni si aggiunge il rifiuto dei senatori repubblicani di eliminare il filibuster al Senato, come Trump aveva richiesto per porre fine allo shutdown con una semplice maggioranza, invece dei due terzi previsti dalle regole. John Thune, senatore del South Dakota e attuale presidente del Senato, è riuscito solo dopo 14 votazioni a convincere otto democratici, raggiungendo così i 60 voti necessari per riaprire i servizi governativi.
Oltre a questi segnali, che dovrebbero preoccupare Trump, persino alcuni fra i più convinti sostenitori del movimento MAGA (Make America Great Again) iniziano a nutrire dubbi. Gli stretti legami tra Trump e i super-ricchi che lo circondano — sia alla Casa Bianca sia a Mar-a-Lago — contrastano con le difficoltà economiche del ceto medio, e si riflettono nel calo della sua popolarità.
Fino a marzo, l’81 percento degli elettori repubblicani approvava la gestione del presidente; ora il dato è sceso al 68 percento, ancora alto ma ai minimi storici. Nel complesso degli elettori americani, l’approvazione è scesa dal 43 al 33 percento. I 20 miliardi concessi all’Argentina contrastano apertamente con lo slogan “America First”.
Ciò che preoccupa maggiormente i repubblicani — e gli americani in generale — è il costo della vita, che Trump sembra non riconoscere. Secondo lui, tutto procede bene, anche se i dazi vengono percepiti come tasse e come causa degli aumenti. Il presidente ha tuttavia intuito che la sua politica economica non sta funzionando e, proprio in questi giorni, ha rimosso i dazi su un centinaio di prodotti — carne, banane, caffè, avocado, pomodori — nel tentativo di alleviare la pressione sul costo della vita.
Dubbi sulla legalità dei dazi sono emersi anche durante una recente udienza della Corte Suprema, dove alcuni giudici conservatori si sono mostrati scettici sul fatto che il presidente possa imporli senza l’autorizzazione del Congresso.
Mentre scriviamo, Trump ha effettuato un completo dietrofront sul rilascio dei file Epstein. Ha dichiarato di «non avere nulla da temere» e ha invitato i repubblicani alla Camera ad approvare la mozione. Questa mossa, tuttavia, non implica un vero sostegno alla trasparenza: Trump, in qualità di presidente, avrebbe sempre potuto ordinare il rilascio dei documenti con una semplice richiesta alla sua fedelissima Attorney General, Pam Bondi. Il fatto che non l’abbia mai fatto resta indicativo.
La sua “sconfitta” sul caso Epstein ne contiene però un’altra, più significativa: quattro parlamentari del suo stesso partito lo hanno costretto a cambiare posizione. Un segnale che il controllo del GOP gli sta scivolando dalle mani. Conferma, forse, la “migrazione” repubblicana da Trump descritta dall’ex senatore dell’Arizona Jeff Flake in un articolo sul Washington Post. Staremo a vedere.

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