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Nuovo grave episodio per il quotidiano principe del gruppo Gedi: mozione di sfiducia per il direttore di Repubblica Molinari. Il caso scatenante la messa al macero di 100mila copie di Affari&Finanza per un articolo sgradito sui rapporti industriali Italia-Francia. È la goccia che fa traballare il vaso per una redazione già in imbarazzo per la linea palesemente filo-israeliana della direzione.
Repubblica: la redazione sfiducia Molinari
Ancora un grave episodio per il quotidiano principe del gruppo Gedi: mozione di sfiducia per il direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Tra i primi a darne notizia è stato il Fatto Quotidiano con una articolo firmato da Alberto Marzocchi.
Il caso scatenante la messa al macero di 100mila copie di Affari&Finanza per un articolo sgradito sui rapporti industriali Italia-Francia.
Al centro c’è il pezzo di Pons sui rapporti industriali tra Italia e Francia, dal titolo “Affari ad alta tensione sull’asse Roma-Parigi”, modificato con “Affari ad alta tensione sul fronte Roma-Parigi”. A cambiare maggiormente è il catenaccio, la cui prima versione era “I casi Stm, Tim e la fuga di ArcelorMitta dall’Ilva riaccendono le polemiche sul rapporto sbilanciato tra Italia e Francia”. Ma si capisce che la formula “il rapporto sbilanciato” alla direzione (o all’editore, John Elkann) non è piaciuta. La nuova versione: “I casi Stm, Tim e la fuga di Arcelor dall’Ilva riaccendono le polemiche. Funzionano quando è il business a guidare”. Il succo, insomma, è: lasciate mano libera alle aziende.
Il comitato di redazione ha proposto la mozione di sfiducia nei confronti di Molinari. L’esito del voto dei giornalisti e delle giornaliste – seppur non vincolante – è stato schiacciante.
Le nuove tensioni seguono quelle già emerse con il cosiddetto “caso Ghali”: durante il Festival di Sanremo, Molinari bloccò un’intervista all’artista Ghali – che aveva il torto di contenere un messaggio di pace sulla guerra a Gaza – perché non c’era nessun riferimento ad Hamas.
Leggiamo ancora dall’articolo di Marzocchi:
È l’ultimo smacco, questo, per una redazione che negli ultimi mesi fatica a digerire la linea palesemente filo-israeliana della direzione, e che solo a metà dicembre aveva deliberato cinque giorni di sciopero. Col cdr che aveva accusato Molinari e la proprietà di aver allontanato il gruppo editoriale dalla proprio identità e cultura, paragonando il giornale a “una nave abbandonata che affonda”. Pochi giorni fa sempre il comitato di redazione ha inviato alle agenzie di stampa la cronistoria della dismissione di Gedi, da quando cioè il gruppo è passato dalla famiglia De Benedetti agli Elkann: dalle cessioni de il Tirreno, la Gazzetta di Modena, la Gazzetta di Reggio e la Nuova Ferrara fino alla vendita dell’Espresso, delle sei testate del Nord-Est fino, ultimo caso, all’accordo sulla cessione de il Secolo XIX.
La direzione di Molinari, blindatissimo dalla proprietà, incurante delle critiche e delle contestazioni, oltre che dal calo di vendite che raggiunge numeri impressionanti: la “creatura” del gruppo Gedi è crollata nel 2023 del 18,65% passando da 150.701 copie vendute a “sole” 122.588. E i dati di quest’inizio del 2024 sono stimati ancor più verso il basso. Un vero e proprio salasso per il quotidiano degli Elkann.

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