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Negli ultimi giorni, la situazione lungo il confine tra Israele e Libano è drasticamente degenerata. L’esercito israeliano ha richiamato due brigate di riservisti per “missioni operative” nel nord, dopo una serie di bombardamenti incessanti che hanno lasciato dietro di sé morte e distruzione.
A titolo puramente retorico, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu continua a ripetere che la guerra è contro Hezbollah, e non contro il Libano, nonostante i numeri suggeriscano altrimenti: finora, il conflitto ha causato oltre 600 morti, più di 5.000 feriti e 90.000 sfollati, secondo i dati forniti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).
Libano: Israele prepara l’invasione, avverte Halevi
Le forze armate israeliane (IDF) sembrano ormai prossime a un’invasione terrestre. “I vostri stivali militari entreranno nel territorio nemico, entreranno nei villaggi di Hezbollah”, ha affermato il generale Herzi Halevi ai soldati di un’unità di blindati.
Questo annuncio è stato accompagnato da una dichiarazione ufficiale dell’IDF, che ribadisce la strategia israeliana di continuare a colpire Hezbollah anche attraverso operazioni aeree e preparazioni militari terrestri.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: colpire il movimento sciita Hezbollah, che è da tempo una spina nel fianco di Israele, ma questo potrebbe rivelarsi solo una parte del quadro complessivo.
Israele, infatti, ha già iniziato i bombardamenti mirati su diverse aree del Libano meridionale, proprio come aveva fatto prima dell’invasione di Gaza, creando delle aree strategiche cruciali per eventuali operazioni di terra.
Nonostante le difficoltà incontrate dall’esercito israeliano l’ultima volta che mise piede in Libano nel 2006 durante la guerra del Tammus, sembra che si stia preparando una nuova offensiva simile, ma più sofisticata.
Hezbollah risponde
Nel frattempo, Hezbollah ha reagito ai bombardamenti israeliani con una serie di attacchi missilistici. Tra i vari, uno dei più significativi ha colpito il quartier generale del comando del nord dell’IDF, nella base di Dado nella regione di Safed, mentre altri missili sono stati intercettati nei cieli di Tel Aviv.
Sebbene questi attacchi non abbiano causato danni materiali rilevanti, il loro valore simbolico è notevole: Hezbollah dimostra di essere in grado di colpire punti strategici profondi nel territorio israeliano, comprese infrastrutture chiave come il quartier generale del Mossad.
L’ONU e la comunità internazionale hanno espresso forte preoccupazione per la possibilità di un’escalation incontrollata. La situazione tra Libano e Israele è diventata “intollerabile e presenta un rischio inaccettabile di una più ampia escalation”, si legge in una dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Australia, Canada, Unione Europea, Francia, Germania, Italia, Giappone, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Questi Paesi chiedono un cessate il fuoco immediato di almeno 21 giorni lungo il confine tra Libano e Israele.
Tuttavia, l’ombra degli Stati Uniti e del loro sostegno militare a Israele continua a incombere sul conflitto. Nonostante il presidente Joe Biden sia ormai alla fine del suo mandato, l’asse tra Washington e Tel Aviv sembra rimanere saldo, con l’afflusso di armi americane in Israele che non accenna a fermarsi.
Crisi umanitaria in Libano
Mentre i combattimenti proseguono, il Libano, già gravato da una crisi economica e politica senza precedenti, affronta nuove e gravissime sfide umanitarie.
Il Paese ospita già il maggior numero di rifugiati nel Medio Oriente: i rifugiati palestinesi, che risalgono alla guerra del 1948, oggi ammontano a circa 300.000 con i loro discendenti, mentre dal 2011 l’esodo di circa 1,5 milioni di siriani ha ulteriormente aggravato la situazione. A questi si aggiungono decine di migliaia di sfollati interni, in fuga dalle aree del sud del Paese, colpite dai bombardamenti israeliani.
Oltre al dramma umano, la crisi dei rifugiati rappresenta un enorme fardello economico per un Paese le cui casse sono praticamente vuote. Mantenere i campi profughi e garantire anche solo i servizi essenziali, come l’energia elettrica, è una sfida che il governo libanese fatica sempre più a sostenere.
Il Libano è una nazione complessa, divisa tra diverse comunità religiose: i sunniti, che occupano il nord e le città costiere, i cristiani, concentrati nelle aree del Monte Libano, e gli sciiti, prevalenti nel sud e nella valle della Bekaa.
Questi gruppi coesistono in una fragile convivenza, regolata dagli accordi di spartizione del potere risalenti alla fine della guerra civile degli anni ’70 e ’80. Tuttavia, l’arrivo massiccio di nuovi sfollati e la crescente pressione economica rischiano di spezzare questi già delicati equilibri.

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