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A Gaza la fame e le malattie dilagano mentre gli aiuti restano bloccati da coloni e valichi chiusi. Il WFP denuncia carichi insufficienti, l’OMS avverte epidemie fuori controllo. Anche i corpi dei morti diventano merce di scambio, simbolo di una tragedia senza fine.
Convogli bloccati, aiuti ostaggio della politica e dei coloni israeliani
A Gaza la crisi umanitaria ha assunto una dimensione sempre più angosciante: i convogli di soccorso sono ripetutamente ostacolati da gruppi di coloni estremisti che impediscono l’ingresso di cibo e medicinali, mentre i valichi rimangono parzialmente chiusi o soggetti a controlli che ne rallentano l’operatività.
Rapporti recenti indicano che organizzazioni estremiste israeliane come Tzav 9 hanno bloccato o dirottato camion, danneggiato carichi e osteggiato la consegna degli aiuti, aggravando una situazione in cui la disponibilità logistica è lontana dal soddisfare i bisogni reali della popolazione.
Le restrizioni di accesso non sono un dettaglio tecnico: determinano direttamente chi mangia, chi riceve cure e chi rimane esposto a epidemie prevenibili. Secondo il Programma Alimentare Mondiale, dal cessate il fuoco sono entrate cifre parziali di derrate — circa 560 tonnellate al giorno — che restano però ben sotto il livello necessario per affrontare la fame diffusa e le emergenze nutrizionali nelle aree più colpite.
La distribuzione è disomogenea e molti convogli restano bloccati al confine o a lungo in coda, esponendo i soccorsi a sacche di violenza e sabotaggio.
Collasso sanitario, corpi non restituiti e il ricatto della memoria
Il quadro sanitario è altrettanto drammatico: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme per la diffusione incontrollata di malattie infettive — meningiti, diarree e patologie respiratorie — in un sistema ospedaliero ridotto ai minimi termini con poche strutture funzionanti.
Gli esperti avvertono che il lavoro di contenimento richiederà risorse, personale e tempo ingenti, condizioni oggi ostacolate da limitazioni d’accesso e da infrastrutture distrutte.
Una seconda tragedia si intreccia a quella della carestia: la gestione dei resti delle vittime è divenuta oggetto di pressioni politiche e di rivendicazioni strumentali. L’accordo sul cessate il fuoco prevedeva scambi di salme e la collaborazione per il recupero dei cadaveri, ma molte decine (si parla di centinaia) risultano ancora sepolte sotto le macerie o in “cimiteri dei numeri”, senza identificazione.
La complessità della ricerca impone l’impiego di squadre specializzate; per questo motivo Ankara ha inviato decine di tecnici per il recupero dei corpi, in attesa dell’autorizzazione per entrare a Gaza. La mancata autorizzazione e le reciproche accuse tra le parti alimentano la tensione e ritardano il lavoro forense e la dignità del lutto.
Le rivendicazioni sui resti dei caduti e le pressioni per la riapertura completa dei valichi costituiscono oggi uno snodo politico cruciale: la comunità internazionale sollecita l’apertura immediata di tutte le vie d’accesso e un aumento massiccio degli aiuti, perché la risposta umanitaria convenzionale non è più sufficiente a contenere fame, malattie e collasso sociale.
Il rinvio delle consegne rischia di tradursi in una catena di decessi evitabili e in una radicalizzazione ulteriore delle parti, con il pericolo che la fragile tregua si incrini ulteriormente.

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