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Mentre i vertici Ue parlano – non si sa in base a cosa – di Russia al collasso e Ucraina vittoriosa, il conflitto continua a devastare Kiev e a logorare l’Europa. Energia alle stelle, riarmo costoso, industria in affanno: la strategia del logoramento rischia di colpire nuovamente più Bruxelles che Mosca.
Ucraina vittoriosa, Europa sfinita: la retorica che non paga le bollette
Ad ascoltare certi vertici europei sembrerebbe che la Russia sia ormai al collasso, Vladimir Putin prossimo all’umiliazione storica e l’Ucraina a un passo dalla vittoria finale. Peccato che sul terreno la guerra continui, le linee del fronte si muovano lentamente ma in una direzione precisa e l’Europa paghi un conto energetico e industriale che nessuna conferenza stampa riesce a mascherare.
La narrazione ufficiale insiste: la “guerra di logoramento” starebbe fiaccando Mosca, le sanzioni avrebbero ridotto l’economia russa a un guscio vuoto, la pressione occidentale sarebbe sul punto di produrre il risultato atteso. Il problema è che il logoramento non è un’esclusiva. Logora chi combatte e logora chi finanzia. E l’Ucraina, dopo anni di conflitto, appare devastata nelle infrastrutture, nella produzione industriale e nel tessuto sociale.
Retorica contro realtà
C’è chi, in sede NATO, ha paragonato la Russia a una “lumaca”, sottolineando la lentezza dell’avanzata militare. Metafora suggestiva, ma incompleta: anche una lumaca, se procede, alla fine arriva. Le fonti più diverse, incluse quelle occidentali, confermano che Mosca mantiene capacità produttive militari significative e continua ad avanzare.
Nel frattempo, milioni di ucraini sono fuggiti all’estero. Altri evitano la mobilitazione, mentre nelle città si moltiplicano le proteste delle famiglie che chiedono notizie dei propri congiunti dispersi. Non è propaganda del Cremlino: è cronaca di un Paese sotto pressione estrema. E parlare di “vittoria imminente” senza confrontarsi con questi dati rischia di suonare come un esercizio di autoipnosi collettiva.
L’idea che basti insistere fino allo sfinimento, nella speranza che Mosca ceda, è una strategia che presuppone un collasso russo non dimostrato. Al contrario, l’economia europea sta affrontando costi energetici tra i più alti nel mondo industrializzato. Dopo l’interruzione dei flussi di gas russo, molti Stati membri sono diventati dipendenti dal GNL statunitense, più costoso e legato alle dinamiche di mercato globale. Il risultato è una perdita di competitività che colpisce acciaio, chimica e manifattura pesante.
Il riarmo che impoverisce
A questo si aggiunge la corsa al riarmo. I governi europei aumentano la spesa militare, mentre i prezzi degli armamenti lievitano. Secondo dati diffusi da centri di ricerca come il Kiel Institute, il costo unitario di alcuni sistemi europei è cresciuto in modo significativo rispetto ai modelli russi equivalenti. Un carro armato Leopard 2A8 supera i 20 milioni di euro, mentre un T-90M russo ha un costo stimato nettamente inferiore. La sproporzione produttiva è stata riconosciuta anche da esponenti NATO: l’industria russa riesce a sfornare in pochi mesi volumi che l’Occidente produce in tempi molto più lunghi.
In parallelo, agli alleati europei viene chiesto di destinare quote crescenti del PIL alla difesa, spesso acquistando sistemi “made in USA”. L’effetto combinato è paradossale: più spesa, meno autonomia industriale. Un riarmo che rischia di essere economicamente a perdere.
Nel frattempo, sul piano militare, la prospettiva di una riconquista integrale dei territori perduti appare, secondo numerosi analisti internazionali, altamente improbabile. Questo non significa legittimare l’aggressione russa, ma prendere atto dei rapporti di forza.
Insistere su obiettivi massimalisti può trasformare una sconfitta militare in una disfatta strategica, estendendo il conflitto nel tempo e aggravando il prezzo umano ed economico. Forse il buon senso suggerirebbe di esplorare con maggiore realismo ogni spiraglio negoziale, prima che la guerra produca ulteriori danni irreversibili.
Il punto non è scegliere tra propaganda opposta. È riconoscere che la realtà, ostinatamente, non si piega alle dichiarazioni solenni. E che la pace – qualunque forma assuma – potrebbe costare meno di un’illusione prolungata.

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