Trump firma la pace, l’Iran incassa il bottino: la debacle americana

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Il memorandum tra USA e Iran prevede tregua, fine delle ostilità, sblocco dei fondi iraniani, alleggerimento delle sanzioni e un fondo da 300 miliardi. In cambio Washington ottiene l’impegno di Teheran – piuttosto vago – a non sviluppare armi nucleari. Una clamorosa sconfitta americana sepolta sotto una montagna di tweet da Trump.

Trump firma la pace, Teheran incassa: il memorandum che certifica il fallimento americano

Se il testo del Memorandum di Islamabad diffuso nelle ultime ore corrisponde davvero all’intesa raggiunta tra Washington e Teheran, la guerra contro l’Iran rischia di entrare nei manuali di storia come uno dei più clamorosi errori strategici della politica estera americana del XXI secolo.

L’accordo, firmato il 17 giugno a margine del G7 e destinato a inaugurare una tregua di sessanta giorni rinnovabile, arriva dopo mesi di tensioni militari che hanno destabilizzato il Golfo Persico, provocato un’impennata dei prezzi energetici e riportato il Medio Oriente sull’orlo di una guerra regionale. Eppure, leggendo i punti principali del documento, emerge una domanda inevitabile: che cosa hanno ottenuto realmente gli Stati Uniti in cambio dei costi politici, economici e militari sostenuti? La risposta appare sorprendentemente modesta.

Washington rivendica come principale risultato l’impegno iraniano a non sviluppare armi nucleari. Un obiettivo che, almeno formalmente, la Repubblica Islamica sostiene da decenni di condividere. Teheran ha sempre dichiarato che il proprio programma nucleare ha finalità civili e che non intende dotarsi di un arsenale atomico. Naturalmente esiste una differenza tra dichiarazioni politiche e verifiche internazionali, ma resta il fatto che l’elemento presentato come la grande vittoria americana coincide sostanzialmente con una posizione che l’Iran aveva già espresso pubblicamente. In cambio, invece, la controparte iraniana sembra aver ottenuto molto di più.

Dalle sanzioni ai risarcimenti: la lunga marcia indietro di Washington

Il cuore politico del memorandum riguarda infatti la progressiva demolizione dell’architettura sanzionatoria costruita dagli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni. Secondo il testo diffuso, Washington si impegna a sbloccare i beni iraniani congelati all’estero, a concedere deroghe immediate per il commercio petrolifero e ad avviare il processo che dovrebbe portare alla cancellazione delle sanzioni unilaterali e multilaterali che hanno isolato Teheran per decenni.

Ma il punto più sorprendente riguarda il fondo per la ricostruzione e lo sviluppo economico iraniano. Il memorandum prevede infatti uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari, da realizzare insieme ai partner regionali, per sostenere l’economia della Repubblica Islamica.

Si tratta di una cifra enorme. Per comprendere la portata dell’impegno basta ricordare che equivale a diverse volte il PIL annuale di alcuni Paesi mediorientali e supera ampiamente molti programmi internazionali di ricostruzione varati negli ultimi decenni.

Non sorprende quindi che numerosi osservatori occidentali abbiano accolto il documento con stupore. Alcuni commentatori americani hanno paragonato l’accordo a una resa negoziata. In Israele, diversi analisti hanno sottolineato come il testo sembri riflettere più le priorità strategiche iraniane che quelle statunitensi.

L’impressione generale è che l’amministrazione Trump abbia scelto di chiudere rapidamente il conflitto per ragioni interne ed economiche, accettando condizioni che pochi mesi fa sarebbero state considerate impensabili.

La guerra che ha prodotto il contrario dei suoi obiettivi

L’aspetto più interessante riguarda però il bilancio geopolitico complessivo. La guerra era stata giustificata come necessaria per contenere l’influenza iraniana nella regione e garantire la sicurezza delle rotte energetiche. Alla fine del conflitto, però, lo Stretto di Hormuz viene riaperto perché Washington accetta di negoziare con Teheran; le sanzioni vengono ridimensionate; i fondi iraniani tornano disponibili; il commercio petrolifero riprende.

In altre parole, il principale risultato concreto sembra essere il ritorno alla situazione precedente allo scoppio delle ostilità. Con una differenza fondamentale: l’Iran esce dal confronto presentandosi come il Paese che ha resistito alla pressione militare della maggiore potenza mondiale e ha ottenuto concessioni economiche significative senza rinunciare alla propria struttura politica.

Questo non significa che Teheran abbia vinto tutto o che gli Stati Uniti abbiano perso ogni influenza nella regione. Il processo negoziale resta aperto e molti dettagli dovranno essere definiti nei prossimi sessanta giorni. Tuttavia, sul piano della percezione internazionale, il danno per Washington appare evidente.

La superpotenza che aveva promesso di piegare l’Iran si ritrova a finanziare la sua ricostruzione. Il presidente che aveva promesso di ristabilire la deterrenza americana firma un documento che molti alleati interpretano come un compromesso imposto dalla realtà.

La lezione geopolitica è brutale ma semplice: nel XXI secolo non basta vincere sul campo per ottenere una vittoria politica. E quando una guerra termina con il ripristino dello status quo, la revoca delle sanzioni e centinaia di miliardi destinati al Paese avversario, diventa difficile sostenere che l’obiettivo iniziale sia stato raggiunto.

Per questo, al di là della propaganda delle rispettive capitali, il memorandum di Islamabad rischia di essere ricordato come il momento in cui Washington ha scoperto i limiti della propria forza e Teheran quelli della propria resistenza. Ma tra i due contendenti, almeno per ora, è l’Iran ad avere più motivi per festeggiare.

 

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