Sudan, la guerra che il mondo non vuole vedere

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Il Sudan sprofonda nel silenzio: oltre 30 milioni di persone bisognose di aiuti, 12 milioni di sfollati e nuovi massacri ad Al-Fashir. Le RSF, sostenute da potenze straniere, si macchiano di crimini di guerra in un genocidio dimenticato dal mondo.

Sudan, il massacro di Al-Fashir

Oltre trenta milioni di persone in Sudan dipendono oggi dagli aiuti umanitari, e la metà sono bambini. Gli sfollati interni hanno superato i dodici milioni, mentre altri quattro milioni hanno abbandonato il Paese in cerca di rifugio. È una catastrofe umanitaria senza precedenti, che il mondo continua a ignorare.

Solo le atrocità commesse dopo la caduta di Al-Fashir hanno rotto, almeno temporaneamente, il muro di silenzio che circonda questa tragedia.

Nel principale ospedale di Al-Fashir, le Rapid Support Forces (RSF) hanno ucciso più di 460 persone, tra pazienti e familiari. L’attacco è avvenuto dopo la conquista della città, caduta nelle mani delle milizie di Mohammed Hamdan Dagalo al termine di un assedio durato oltre un anno. Le violenze sono state immediate e sistematiche: secondo fonti locali, in pochi giorni oltre duemila civili sarebbero stati giustiziati.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e la Rete dei medici del Sudan hanno confermato il massacro, denunciando l’uccisione di pazienti e personale medico. Minni Minawi, governatore del Darfur e alleato dell’esercito regolare, ha diffuso sui social immagini che mostrano corpi ammassati nei corridoi e miliziani che sparano a bruciapelo contro i superstiti. Minawi ha accusato apertamente gli Emirati Arabi Uniti, che secondo diverse fonti finanziano e armano le RSF, chiedendo la fine immediata del loro sostegno.

Nei giorni successivi, le stesse milizie hanno pubblicato video delle esecuzioni sommarie a sfondo etnico. Le RSF, di composizione prevalentemente araba, si richiamano ai Janjaweed, protagonisti delle stragi in Darfur tra il 2003 e il 2005. Nel 2023, dopo la conquista di El Geneina, le Nazioni Unite avevano già denunciato l’uccisione di oltre 15mila civili da parte dello stesso gruppo.

Inferno invisibile

A più di due anni dall’inizio del conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (FAS), guidate da Abdel Fattah al-Burhan, e le RSF di Dagalo, il Sudan è precipitato in una spirale di violenze che ha assunto i contorni del genocidio.

Le fosse comuni rinvenute nella periferia di Khartoum, a Salha, raccontano l’orrore in modo tangibile: decine di corpi ammassati in container metallici, segni evidenti di esecuzioni di massa e stupri sistematici. Le indagini delle ONG descrivono villaggi rasi al suolo, ospedali distrutti e bambini rapiti o arruolati con la forza.

Un paese diviso, una guerra tra golpisti

Il Sudan, terzo Paese più vasto dell’Africa, è oggi spaccato tra due poteri militari nati entrambi da colpi di Stato. Da un lato Al-Burhan, che nel 2021 ha preso il controllo del governo, e dall’altro Dagalo, ex alleato diventato nemico dopo la rottura del fragile processo di transizione democratica.

Il conflitto, esploso il 15 aprile 2023, ha trasformato il Sudan in un mosaico di territori contesi: il nord e l’est sotto l’esercito regolare, il Darfur e il sud controllati dalle RSF. La guerra si combatte per il potere politico, ma anche per il controllo delle risorse minerarie, in particolare dell’oro del Darfur.

Il Darfur: forziere d’oro e di sangue

Il Darfur, già teatro di genocidi negli anni Duemila, è oggi il cuore della contesa. Le RSF, che ne detengono quasi il totale controllo, sfruttano le miniere aurifere per finanziare la guerra. Negli ultimi mesi hanno impiegato droni armati, colpendo infrastrutture strategiche a Port Sudan, la capitale provvisoria: aeroporti, depositi di carburante e scali commerciali. Gli attacchi hanno costretto l’ONU a sospendere i voli umanitari, aggravando ulteriormente la crisi.

La firma dell’orrore: fosse comuni e stupri

Le fosse comuni scoperte a Salha sono solo una parte di un quadro molto più ampio. Secondo Amnesty International, in due anni si contano almeno 27mila vittime e oltre 33mila feriti, ma i numeri reali potrebbero essere molto più alti. Lo stupro è impiegato come arma di guerra, in modo sistematico, per terrorizzare le comunità e distruggerne il tessuto sociale.

Più dell’80% degli ospedali è ormai fuori servizio, e due terzi della popolazione non ha accesso a cure mediche di base.

Gli attori esterni: Emirati, Ciad e traffici d’armi

Sullo sfondo di questa guerra si muovono potenze regionali e internazionali. Gli Emirati Arabi Uniti e il Ciad sono accusati di fornire armi alle RSF. Fonti delle Nazioni Unite segnalano un traffico di armamenti attraverso gli aeroporti di confine, mentre i report militari individuano la presenza di armi russe, cinesi e turche nei depositi delle milizie.

Al-Burhan ha accusato gli Emirati di essere complici di un “genocidio contro la comunità masalita”, mentre le prove raccolte dagli osservatori internazionali confermano solo in parte queste affermazioni. Tuttavia, la commistione di interessi economici e geopolitici nel conflitto appare ormai evidente.

Un genocidio dimenticato?

Il Sudan è oggi un cratere di orrori dimenticati. Le condanne di Stati Uniti, Unione Africana e Nazioni Unite restano prive di effetti concreti. La disparità di attenzione rispetto ad altri teatri di guerra – Gaza e Ucraina  – è abissale.

Privo di alleati influenti e di una narrazione internazionale favorevole, il Sudan rischia di essere cancellato dalla memoria collettiva. E mentre la comunità globale guarda altrove, il massacro continua nell’indifferenza generale.

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