Starmer, sei ministri dimessi e una portaerei ferma: il naufragio britannico

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Sei ministri in un mese, la Royal Navy ferma in porto, 300mila famiglie senza sussidi per finanziare Kiev. Il governo Starmer crolla sul riarmo che non riesce a pagare né a realizzare. Labour e Tory affondano insieme.

Strmaer e il riarmo che la Gran Bretagna non può permettersi

John Healey non si è dimesso. Ha scritto un atto d’accusa. L’ex ministro della Difesa britannico, già tra i più fedeli sostenitori di Keir Starmer, ha lasciato il governo con una lettera che descrive un esecutivo incapace di dotare le proprie forze armate delle risorse necessarie per fronteggiare le sfide attuali — dalla guerra in Ucraina all’instabilità del Medio Oriente. Con Healey sono sei i ministri che hanno abbandonato l’esecutivo nell’arco di un solo mese. Il governo Starmer non sta attraversando una crisi: sta descrivendo, con la propria dissoluzione progressiva, la fine di un’intera stagione politica.

Il paradosso britannico è di quelli che meritano attenzione. Il Regno Unito è, con 74,5 miliardi di sterline stanziati per il 2026, la nazione europea che destina la quota maggiore di risorse alla difesa in termini assoluti. Eppure la Royal Navy non dispone di sottomarini d’attacco operativi. La portaerei Prince of Wales — nave ammiraglia della flotta — è ferma in porto per riparazioni. Fregate e navi da assalto anfibio sono state ritirate dal servizio in anticipo per mancanza di equipaggi. L’esercito di terra perde ogni anno più effettivi di quanti riesca ad arruolarne, con organici inferiori a quelli disponibili dopo le guerre napoleoniche. Qualcuno ha evidentemente trovato un modo molto efficace per spendere molto spendendo male.

Il conto che ricade su chi non ha votato la guerra

L’aumento della spesa militare programmato da Starmer da qui al 2030 ammonta allo 0,08% del PIL: dal 2,6% al 2,68%, inclusi i tre miliardi annui di sterline destinati all’Ucraina. Un incremento che resta lontano sia dal 3% indicato come soglia minima per le esigenze attuali, sia dal target NATO del 3,5% entro il 2035. Per trovare quei tre miliardi da inviare a Kiev, il governo ha revocato i sussidi sulle bollette energetiche a 300.000 famiglie in difficoltà economica. La scelta di politica economica è quella: meno riscaldamento per i poveri britannici, più armamenti per il fronte orientale. Una priorità che l’elettorato ha evidentemente registrato e che sta trasformando in voti — non per Labour, non per i Conservatori, ma per Reform UK di Nigel Farage e per i Verdi.

I sondaggi dicono che sia i laburisti che i Tory sono in caduta libera. Nelle recenti elezioni amministrative, i due partiti che hanno condiviso l’agenda bellica degli ultimi anni raccolgono consensi in contrazione sistematica. Chi governa perde. Non perché l’opinione pubblica britannica sia diventata improvvisamente filosovietica, ma perché la gran parte dei cittadini non percepisce la minaccia russa come abbastanza concreta e imminente da giustificare tagli ai servizi sociali, inflazione crescente e un PIL che ad aprile ha registrato una contrazione dello 0,1%. Il conflitto in Medio Oriente ha contribuito all’instabilità economica, e Londra si trova a pagare un prezzo reale per responsabilità globali che continua ad attribuirsi con una coerenza inversamente proporzionale alle proprie capacità effettive.

L’Alleanza Atlantica e l’imbarazzo di Rutte

Healey, prima di andarsene, aveva anche rivelato un piano per un ruolo guida britannico in seno alla NATO, con l’obiettivo di costruire un’Alleanza sempre più a trazione europea a compensazione del disimpegno americano annunciato da Trump. Un’ambizione che Mark Rutte ha accolto con la dichiarazione forse più rivelatrice dell’intera vicenda: «Non ne sapevo nulla delle dimissioni». Il segretario generale della NATO, che apprende gli indirizzi strategici direttamente dalla Casa Bianca, ignorava i piani del suo più solerte alleato europeo. Il formato E3 con Francia e Germania resta sulla carta, il progetto dei «volenterosi» non ha prodotto architetture concrete, e l’Italia ha già ridotto il proprio contributo agli aiuti militari a Kiev da quindici a cinque miliardi — con l’ipotesi di azzeramento che circola nei corridoi.

Starmer ha nominato il nuovo ministro della Difesa nella persona di Dan Jarvis, ex ufficiale dei paracadutisti con esperienze nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan — un curriculum che garantisce competenza operativa e non risolve nulla sul piano strutturale. Ha dichiarato che non intende lasciare Downing Street e che un’elezione anticipata precipiterebbe il Paese nel caos. Potrebbe avere ragione sulla seconda parte. Sulla prima, il segretario dei Verdi Zack Polanski gli dà «qualche settimana». La crisi britannica non è una crisi di leadership: è la crisi di un modello che ha scelto il riarmo come risposta alle proprie contraddizioni interne, scaricandone il costo su chi aveva già meno. L’elettorato sta rispondendo di conseguenza, e la risposta non è quella che Starmer si aspettava.

 

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