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L’ennesima rivendicazione di Giorgia Meloni della sua origine popolare (Io parlo semplice, scrivete Giorgia) potrebbe sembrare un semplice slogan di marketing con i suoi andamenti affabulatori e privi di sostanza, in realtà delimita in maniera cristallina la genesi del populismo di destra.
Meloni: “Scrivete Giorgia…”
Giorgia Meloni non è una sprovveduta; sa cogliere il segno. Individua alla perfezione la natura del risentimento sociale quando afferma: “io parlo semplice, sono una del popolo, scrivete Giorgia”.
A prima vista potrebbe sembrare un semplice slogan di marketing con i suoi andamenti affabulatori e privi di sostanza, in realtà delimita in maniera cristallina la genesi del populismo di destra.
Un populismo che non critica la struttura capitalista ma che non ne accetta le dinamiche culturali incentrate sull’ostentazione della suggestione meritocratica.
Riproduce una dialettica molto presente nel dibattito statunitense nel momento in cui Trump non ha fatto leva tanto sulle condizioni economiche delle classi subalterne, bensì ha compreso che quelle classi avessero perso, negli anni, stima e considerazione sociale.
Uno degli effetti della globalizzazione dei mercati è stato quello di immaginare una governance tecnica, composta da burocrati altamente specializzati e ammantati di prestigio accademico o professionale al vertice delle istituzioni. Quindi donando una sorta di cittadinanza d’élite a chi ha potuto studiare ai massimi livelli.
Non è un caso che le assemblee parlamentari non siano mai state così affollate di laureati rispetto a quando i partiti socialisti, comunisti, socialdemocratici e popolari selezionavano i propri gruppi dirigenti anche attraverso la militanza nei luoghi di lavoro o l’esperienza quotidiana nell’impegno politico.
Oggi, al contrario, chi assume posti di vertice è convinto di aver vinto una selezione naturale e di essere riuscito ad emergere grazie al proprio impegno e alle proprie forze, senza alcun debito o riconoscenza nei confronti dell’intera collettività.
Il populismo di destra nasce proprio da questa postura delle classi dirigenti contemporanee e ciò che accomuna i sostenitori di questo fenomeno politico non è tanto un risentimento economico – Trump ad esempio è un miliardario e fa gli interessi della propria classe – ma asseconda un risentimento culturale e sociale.
Sono coscienti della perdita di reputazione e, imbevuti della medesima concezione meritocratica, sfogano la rabbia in un individualismo risentito e autoflagellante. Trump, e ora la Meloni, si dotano di una personalità accondiscendente nei confronti di questo sentimento popolare che ha una sua ragione costitutiva.
Mai come nell’era del dominio della tecnica si è sviluppato un vero e proprio disprezzo nei confronti dei ceti sprovvisti di istruzione superiore o di alta formazione. E da questa sceneggiatura occorrerebbe partire per comprendere le ragioni del voto popolare di destra.

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