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Peggio di una guerra: l’Europa si è fatta distruggere dagli USA e ringrazia anche

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Accordo USA-UE: gas a peso d’oro, investimenti “guidati” e un’industria europea sacrificata. Trump comanda, Ursula obbedisce: è una capitolazione totale. E noi? Spettatori di una resa firmata in nome dell’unità europea.

Trump detta, Ursula firma: l’UE si inginocchia a Turnberry

Altro che cooperazione transatlantica: l’incontro tra Donald Trump e Ursula von der Leyen a Turnberry è stato l’equivalente politico di una resa firmata con penna d’oro e inchino. Dietro la retorica del “nuovo equilibrio commerciale” si cela un accordo che sancisce una sottomissione economica dell’Unione Europea agli interessi statunitensi, mascherata da intesa tra pari.

Le cifre parlano chiaro: 750 miliardi di dollari in forniture energetiche (gas liquefatto in primis) da acquistare a tempo di record, ovvero entro la fine del possibile secondo mandato di Trump. Chi non chiama questo un ricatto temporale, non ha mai avuto a che fare con un venditore d’armi.

Nel frattempo, gli investimenti “europei” negli USA ammontano a 600 miliardi. Ma con una clausola degna del più spregiudicato schema mafioso: i soldi li mettiamo noi, le decisioni su dove e come investirli le prendono loro. Se ci va bene, a progetto concluso, ci restituiranno l’involucro.

In cambio? Uno “sconto” sulle tariffe doganali, dal 30% al 15%. Un gesto magnanimo – già neutralizzato, ça va sans dire, dalla svalutazione del dollaro.

Austerità per l’industria, abbondanza per i missili

Tra le clausole dell’accordo c’è anche la fornitura, anzi la pioggia, di armamenti USA verso l’Europa. Una pioggia benedetta, a quanto pare: perché se vorremo continuare a respirare, sarà bene attrezzarci per andare a cercare le risorse altrove, con la forza se necessario. In altre parole: esportare democrazia, importare gas, e armarsi fino ai denti. Il tutto, sotto la supervisione compiaciuta di Bruxelles.

La cosiddetta “capitolazione di Ursula” non si limita ai combustibili fossili o alla siderurgia: anche acciaio e alluminio restano esclusi dagli sconti sui dazi, mantenendo la tariffa punitiva del 50%. Poco importa se la manifattura europea arranca. La priorità, evidentemente, è garantire stabilità – quella degli equilibri imposti da Washington.

Anche il settore automobilistico, presentato come “vincente” per l’Europa, ne esce claudicante: il dazio scende al 15%, sì, ma rispetto a un precedente del 27,5% che nessuno considerava accettabile nemmeno prima. Una riduzione camuffata da favore, che serve giusto a evitare l’apocalisse.

UE: un guscio vuoto con logo dorato

L’Unione Europea, si dice, nasce per difendere la pace, la sovranità condivisa, il benessere collettivo. Ma a osservare questo accordo, ci si accorge che non rappresenta più alcun popolo, né alcun interesse nazionale. Non risponde a cittadini né a territori, ma solo a una classe dirigente autoreferenziale che si proclama “transnazionale”, ovvero scollegata da ogni responsabilità diretta.

Nessun italiano, tedesco o francese potrà votare per confermare – o rimuovere – Ursula von der Leyen. E nessuno di questi leader non eletti sembra preoccuparsi se l’industria italiana sopravviverà ai prossimi due inverni. A Bruxelles interessa la stabilità dei mercati, non la sopravvivenza dei lavoratori.

Ci siamo illusi con l’ideale dell’“Europa unita”, ma oggi è evidente: l’Unione è diventata il braccio esecutivo di un ordine economico dominato dagli Stati Uniti. Le élite che guidano questa impalcatura sono pronte a svendere tutto – lavoro, risorse, autonomia – pur di restare sedute a un tavolo dove non decidono nemmeno il menu.

Lo diciamo da tempo, ma oggi è più chiaro che mai: l’Unione Europea va rifondata o smantellata. Non solo ci ha impoveriti, ma ora punta a spargere il sale sulle rovine. È urgente costruire un nuovo fronte popolare europeo, capace di rompere con questa servitù mascherata da cooperazione. Prima che sia troppo tardi – e prima che ci venga presentato anche il conto delle forchette.

 

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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