Patto di stabilità: l’Europa dell’austerità non si ferma (e non sa fare altro)

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Von der Leyen conferma il Patto di stabilità: l’Europa sceglie ancora il rigore. Tra sovranismo e tecnocrazia cambia lo stile, non la sostanza. Due destre diverse, stessa logica economica. E l’alternativa resta fuori campo.

Europa, il rigore non si ferma: cambia la destra, non il sistema

Ferdinando Pastore & Alexandro Sabetti

Mentre il mondo si incendia tra crisi concatenate, guerre e instabilità energetica, Ursula von der Leyen sceglie la linea più prevedibile: nessuna sospensione del Patto di stabilità. Tradotto in linguaggio meno istituzionale: i conti prima delle persone, anche quando il contesto suggerirebbe il contrario.

Non è una sorpresa. È la conferma di un’impostazione strutturale. L’Unione Europea non è nata per correggere gli squilibri sociali, ma per disciplinare quelli fiscali, cioè stringere i conti pubblici per favorire gli interessi privati. E quando la realtà bussa alla porta — pandemia, guerra, inflazione — la risposta resta la stessa: rigore.

Due destre, una sola logica

Il dibattito pubblico ama raccontarsi una favola rassicurante: da una parte il sovranismo aggressivo, incarnato da Donald Trump e dalle sue varianti europee; dall’altra un europeismo illuminato e razionale, persino ‘valoriale”  (vi scappa da ridere a leggerlo, vero?). Peccato che, a ben vedere, le differenze siano puramente di forma.

Da un lato c’è la destra muscolare, spettacolare, che usa il linguaggio della forza e della contrapposizione. Dall’altro una destra tecnocratica, elegante, che parla il lessico dei parametri, dei vincoli, delle compatibilità. Ma entrambe condividono un presupposto: la centralità degli interessi economici rispetto a quelli sociali.

Il caso ungherese lo dimostra plasticamente. Cambiano i volti, cambiano i toni, ma la traiettoria resta quella di un sistema che oscilla tra autoritarismo esplicito e disciplinamento istituzionale. Due modelli apparentemente antagonisti, in realtà complementari. E nel mezzo? Un campo progressista che fatica a distinguersi, spesso intrappolato nella difesa di uno status quo che non controlla più.

L’Europa dei vincoli (e delle scuse)

Il Patto di stabilità non è solo uno strumento tecnico, è una visione politica. Stabilisce che la priorità sia il controllo della spesa pubblica, anche quando questo implica tagli, rinvii, sacrifici sociali. E soprattutto definisce cosa è possibile e cosa non lo è.

La dichiarazione di von der Leyen — “non ci sono le condizioni” — è emblematica. Le condizioni non sono mai oggettive: sono il risultato di scelte. E qui la scelta è chiara: non mettere in discussione l’impianto.

Nel frattempo, gli Stati membri si muovono in ordine sparso, con margini sempre più ridotti. Le politiche economiche nazionali diventano esercizi di adattamento, più che di indirizzo. E l’idea stessa di sovranità economica si svuota progressivamente.

Il paradosso è evidente: mentre si invoca maggiore integrazione per affrontare le crisi globali, si mantengono strumenti che limitano la capacità di risposta interna. Un equilibrio che funziona finché non viene messo alla prova. E oggi, quella prova è sotto gli occhi di tutti.

A questo punto, la domanda non è più se esista un’alternativa, ma se si abbia la volontà di cercarla. Continuare a oscillare tra due modelli che condividono la stessa logica di fondo rischia di produrre solo variazioni sul tema. Il problema non è scegliere tra Trump e Bruxelles. È capire se esiste uno spazio politico che non sia definito esclusivamente da queste coordinate.

Perché, se l’unica opzione resta tra una destra che urla e una che contabilizza, il risultato è già scritto. Non c’è da meravigliarsi poi se le urne elettorali si svuotano.

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