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Dietro la guerra culturale sul woke si nasconde una trasformazione più profonda: i diritti individuali vengono separati dal conflitto sociale e integrati nella logica del mercato. L’inclusione diventa compatibile con precarietà, competizione e progressiva spoliticizzazione della democrazia.
Non è woke. È il capitalismo.
Si fa un gran parlare di woke quest’estate. Dopo le parole di Alexandria Ocasio-Cortez e il ragionamento di Giuseppe Conte, entrambi critici sui parodistici eccessi del politicamente corretto, la militanza liberal ha scatenato le sue consuete rappresaglie intellettuali per ribadire la purezza di spirito della sensibilità inclusiva. L’argomentazione è consueta: i diritti civili sono inscindibili dai diritti sociali.
La prima lettura di questa enunciazione di principio non dovrebbe destare preoccupazioni. Chi non vorrebbe vivere in una società dove giustizia collettiva e libertà individuale si accompagnano mano nella mano? Peccato però che i termini della questione sono artificiosamente mal posti. È, come spesso accade, l’ortodossia liberale a interpretare autenticamente il codice morale.
Maurizio Ferrara sul “Corriere della Sera” redige un vero e proprio libretto di istruzioni per maneggiare l’interesse capitalista sul tema dei diritti quando parla di “diversi ma pari nella vita sociale”.
Ferrara individua il cuore della contrapposizione. La lotta per rincorrere emancipazioni personali sempre più particolareggiate fa da sfondo a una società più evoluta, meno sclerotizzata dalle strutture collettive, dalle normazioni repressive strutturate negli enti di intermediazione sociale. Oggi la vita è più agile e nessuno vorrebbe essere inquadrato in gruppi di rivendicazione politica e sindacale che sostanzialmente annientano le singole personalità.
Oggi i rapporti di lavoro sono individualizzati. Motivo per cui la scoperta di diritti soggettivi sempre più indefiniti non disturba il principio di concorrenza che disciplina gerarchicamente i rapporti sociali nell’era delle costituzioni neoliberali.
Tanto che i conflitti orizzontali, la tanto decantata “stagione dei diritti” che imperversa nelle elucubrazioni del pedagogismo democratico, puntano dritti all’inclusione del soggetto all’interno dei meccanismi della logica capitalista. Siamo dunque agli antipodi del vecchio conflitto verticale, dove l’orizzonte rimaneva la trasformazione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro in una prospettiva socialista.
Nessuno voleva essere incluso, tutti, non importa se in un ambito riformista o rivoluzionario, gradualista o massimalista, puntavano allo scardinamento delle consuetudini borghesi. Lo sfruttamento, l’alienazione e le convenzioni morali perbeniste riassumevano lo stesso armamentario ideologico a disposizione del capitalismo.
Non è un caso che nei Settanta, quando la conflittualità operaia si nutrì della partecipazione studentesca e popolare, le conquiste sociali e civili non sono mai entrate in contraddizione, mentre nell’ultimo trentennio le prime sono affondate sotto i colpi della razionalizzazione austeritaria mentre le seconde sono sempre lì ad ammonire quel popolo sprovveduto e incolto di latente inciviltà. Il politicamente corretto, dunque, serve a formare personalità docili, assoggettate a un linguaggio ciclostilato. Si deve istruire un “saper essere” in grado di forgiare un buon cittadino, ligio e composto, mai sopra le righe.
Inclusione, partecipazione, entusiasmo competitivo diventano oggetto di formazione pedagogica in una società ormai del tutto aziendalizzata. L’individualismo progressista, così come quello proprietario della destra, ammicca all’idea di un popolo omogeneo nelle aspirazioni, dove i tanti singoli si omogeneizzano in solitudine per poi vivere un’esistenza levigata che contempla il fallimento personale come colpa e che psicologizza le questioni sociali.
Per concludere, l’approccio politicamente corretto è stato usato come uno stratagemma per ridefinire i confini delle democrazie, ormai del tutto spoliticizzate.
Per questo motivo sia la destra che la sinistra liberale utilizzano i canoni politicamente corretti per giustificare un futuro di guerra. Attaccare preventivamente le autocrazie significa difendere i nostri valori che di certo si esprimono nel primato dell’egoismo di profitto ma che ammaliano il mondo attraverso la composizione di un imprecisato carnet di pulsioni individuali classificate come diritti inalienabili.
Dobbiamo sempre ricordare l’Ucraina, quel luogo in cui imperversava la possibilità di godere di uteri in affitto low cost e oggi avamposto della libertà occidentale. La libertà di includere nella logica di mercato non solo le merci e i servizi ma anche le inclinazioni e i sentimenti. Per costruire una fantasmagorica totalità di mercato.

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