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Gli attacchi ucraini su Mosca hanno un valore più mediatico che militare: servono a convincere l’Occidente che Kiev può ancora vincere e a sabotare ogni ipotesi di negoziato. Ma ogni escalation aumenta il rischio che Mosca smetta di trattare NATO e UE come semplici spettatori.
Mosca sotto attacco: la guerra dei droni serve più alla propaganda che al fronte*
Nella notte tra il 16 e il 17 maggio, l’Ucraina ha lanciato una delle più vaste offensive con droni dall’inizio della guerra. Secondo il ministero della Difesa russo, sarebbero stati intercettati oltre 550 droni in varie regioni della Federazione, inclusa l’area di Mosca. Le autorità russe parlano di almeno tre morti nella regione della capitale e di una dozzina di feriti, oltre a danni ad abitazioni, cantieri e infrastrutture civili. Il sindaco Sergey Sobyanin e il governatore Andrey Vorobyov hanno confermato esplosioni in più distretti, mentre gli aeroporti moscoviti hanno subito ritardi e sospensioni temporanee dei voli.
Volodymyr Zelensky ha rivendicato politicamente l’operazione, sottolineando che Kiev è ormai in grado di colpire obiettivi oltre i 500 chilometri dal confine.
Ora, sgomberiamo subito il campo dalla propaganda opposta e speculare. No, questi attacchi non cambiano realmente il quadro strategico della guerra. Non stanno piegando l’economia russa, non stanno distruggendo il sistema industriale del Cremlino, non stanno provocando il collasso politico di Vladimir Putin. Mosca continua a produrre armamenti, a esportare energia, a mantenere il controllo del fronte orientale e a sostenere un conflitto d’attrito che dura da oltre quattro anni.
Il valore di questi raid è soprattutto simbolico, psicologico e mediatico. È guerra-spettacolo ad alta definizione. Colonne di fumo nero nella regione di Mosca, video virali su Telegram, droni ripresi dai cellulari mentre sorvolano quartieri residenziali: tutto perfetto per alimentare la narrativa secondo cui “la Russia è vulnerabile”, “Putin perde il controllo”, “l’inerzia della guerra sta cambiando”. Ed è qui che il bersaglio reale dell’operazione smette di essere Mosca e diventa Bruxelles, Berlino, Roma, Parigi.
La guerra come messaggio politico agli alleati occidentali
Kiev conosce perfettamente il problema centrale che ha davanti: non tanto la resistenza russa, quanto la stanchezza occidentale. Dopo anni di finanziamenti, armi, sanzioni e retorica morale, una parte crescente delle classi dirigenti europee considera inevitabile una qualche forma di negoziato. Magari non pubblico, magari non immediato, ma inevitabile. Ed è precisamente questa deriva diplomatica che gli attacchi spettacolari cercano di frenare.
Perché se i droni arrivano su Mosca, se le difese russe vengono aggirate, se la capitale appare improvvisamente esposta, allora diventa più semplice sostenere nei talk show e nei vertici NATO che l’Ucraina “può ancora vincere”. O quantomeno può evitare la sconfitta strategica. È una narrazione indispensabile per continuare a ottenere sistemi d’arma, intelligence satellitare, supporto logistico e copertura finanziaria.
La guerra contemporanea non si combatte solo sul terreno: si combatte dentro gli algoritmi, nei titoli dei giornali e nelle percezioni delle opinioni pubbliche occidentali. E in questo senso l’operazione è stata efficace. Militarmente limitata, mediaticamente eccellente. Ma esiste un punto molto più pericoloso, che in Europa si continua a rimuovere con una leggerezza quasi patologica.
Il rischio che Mosca smetta di fingere
Da anni il Cremlino evita accuratamente di trattare i Paesi NATO come cobelligeranti diretti, nonostante il coinvolgimento occidentale sia ormai evidente. I droni ucraini utilizzano componentistica occidentale, sistemi di targeting avanzati, intelligence condivisa e tecnologie sviluppate o finanziate da Paesi europei e dagli Stati Uniti. In alcuni casi, secondo numerose analisi militari, il supporto operativo occidentale va ben oltre la semplice fornitura di materiali.
Mosca lo sa perfettamente. Ma fino ad ora ha scelto di mantenere una finzione diplomatica utile a tutti: fingere che la guerra resti confinata tra Russia e Ucraina.
Il problema è che ogni escalation spettacolare rende questa finzione più difficile da sostenere anche sul fronte interno russo. Perché a Mosca non cresce la rabbia dei liberal pacifisti immaginati da certa stampa europea; cresce semmai la pressione dei falchi militari, degli apparati securitari e dei nazionalisti che accusano il Cremlino di eccessiva moderazione.
La Russia potrebbe continuare nella strategia attuale, assorbendo gli attacchi senza cambiare radicalmente postura. Sarebbe probabilmente la scelta più razionale. Ma le guerre non sono laboratori di razionalità pura. Sono sistemi nervosi armati, attraversati da percezioni, umiliazioni, pressioni interne e logiche di escalation.
Se il Cremlino dovesse decidere che la linea rossa è stata superata, le opzioni sarebbero molteplici: intensificazione massiccia dei bombardamenti sulle infrastrutture ucraine, sabotaggi contro reti logistiche europee, cyberattacchi sistemici, colpi indiretti contro interessi NATO fuori dal territorio dell’Alleanza. Non serve evocare scenari nucleari per comprendere quanto rapidamente il conflitto potrebbe cambiare scala.
La vera illusione occidentale, oggi, è pensare che si possa alzare continuamente il livello dello scontro senza conseguenze strategiche. È già accaduto varie volte in questi anni: ogni nuova soglia superata diventa normale dopo pochi mesi. Missili a lungo raggio, attacchi in profondità, droni sulla capitale russa. Tutto progressivamente assimilato. Finché qualcuno, da una parte o dall’altra, deciderà che la recita è finita.

* Analisi e commento dalle riflessioni di Francesco dall’Aglio.
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