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Eni firma un accordo ventennale con l’americana Venture Global per acquistare GNL a prezzi elevati. Il governo Meloni plaude, mentre i profitti volano verso i fondi internazionali. I consumatori italiani pagano il conto della nuova sudditanza energetica.
Eni, vent’anni di gas caro per compiacere Trump
Nel silenzio generale, Eni ha firmato un accordo di fornitura ventennale con la società statunitense Venture Global LNG, con sede in Virginia, per l’acquisto di due milioni di tonnellate annue di gas naturale liquefatto (GNL). Il contratto si inserisce nella prima fase del progetto CP2 LNG, un maxi impianto in costruzione nella Cameron Parish, in Louisiana. Si tratta del primo accordo di lungo periodo che Eni stipula con un produttore americano, a testimonianza del netto cambio di rotta nella strategia energetica italiana.
La mossa, ufficialmente motivata con l’obiettivo di “diversificare le fonti di approvvigionamento”, in realtà conferma la nuova dipendenza strategica dell’Italia dagli Stati Uniti, in un contesto segnato dalle ‘intemperanze’ sulla scena globale di Donald Trump. L’amministrazione Meloni, un tempo formalmente orientata al sovranismo, ha invece appoggiato con entusiasmo la scelta americana, nonostante i costi elevati del GNL statunitense rispetto ad altre opzioni sul mercato internazionale.
Secondo quanto riportato da Reuters e Bloomberg, il gas statunitense è tra i più cari a causa dei costi di liquefazione, trasporto e rigassificazione. L’Unione Europea ha aumentato del 140% l’import di GNL dagli USA tra il 2021 e il 2023, ma il prezzo medio del GNL americano nel 2024 ha oscillato tra i 10 e i 13 dollari per milione di BTU, più del doppio rispetto al gas russo pre-crisi. Eppure, l’Italia sembra assecondare la linea atlantica senza esitazioni, anche a costo di penalizzare famiglie e imprese.
Ma c’è un ulteriore paradosso. La società scelta, Venture Global, è oggetto di controversie legali negli Stati Uniti. Alcuni clienti europei – tra cui Shell e BP – hanno fatto causa all’azienda per non aver rispettato gli obblighi contrattuali di consegna, rivendendo il gas sul mercato spot a prezzi più alti. Il progetto CP2 LNG, inoltre, è ancora in fase di autorizzazione presso la Federal Energy Regulatory Commission (FERC), e diversi studi – incluso uno pubblicato dal New York Times – hanno sollevato preoccupazioni ambientali sull’impatto della costruzione nella zona umida della Louisiana.
Intanto, mentre Eni stringe accordi miliardari con l’America, i profitti dell’azienda continuano a crescere: nel primo trimestre del 2025 l’utile netto è stato di 1,4 miliardi di euro, come comunicato dalla stessa Eni nel bilancio ufficiale. La maggior parte di tali ricavi deriva ancora dalla vendita di carburanti (benzina e diesel), il cui prezzo alla pompa ha registrato continui aumenti nel 2024 e inizio 2025.
Una parte consistente di questi profitti viene distribuita agli azionisti privati, fra cui spiccano grandi fondi d’investimento internazionali, attraverso dividendi e operazioni di buy back (riacquisto di azioni proprie): nel solo 2024, Eni ha destinato a queste operazioni oltre 5,1 miliardi di euro. Lo Stato italiano, pur essendo ancora azionista di maggioranza relativa tramite Cassa Depositi e Prestiti, beneficia solo in parte di questi utili, mentre il resto finisce a BlackRock, Vanguard e altri fondi globali.
In sintesi, Eni guadagna vendendo carburante a caro prezzo agli italiani, distribuisce i ricavi ai fondi finanziari internazionali, e sigla contratti ventennali per acquistare gas costoso da aziende vicine a Trump. Il tutto con la benedizione di un governo che, da sovranista, è ormai pienamente allineato alle logiche del neoliberismo atlantico.

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