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L’accordo Usa-Iran di Ginevra è una resa americana con 14 condizioni iraniane accettate. Israele ha fallito in Libano, Gaza e contro l’Iran. Il Medio Oriente si ridisegna, e Washington non è più l’arbitro.
Medio Oriente, la resa americana
L’accordo preliminare firmato ad Islamabad tra Washington e Teheran non è un compromesso diplomatico: è una capitolazione americana con diciannove strati di imballaggio mediatico sopra. L’Iran ha ottenuto dal tavolo negoziale quello che cercava su tutti e quattordici i punti in discussione. Gli Stati Uniti hanno accettato. La cerimonia ufficiale è fissata per il 19 giugno a Ginevra, ma la sostanza politica era già scritta prima che i diplomatici prenotassero i voli.
Il paradosso — e la storia del Medio Oriente ne è costellata — è che a precipitare questa resa è stato proprio Israele. Il bombardamento di Dahiyeh, i sobborghi meridionali di Beirut, avrebbe dovuto essere una dimostrazione di forza: un segnale a Washington per non disimpegnarsi, a Teheran per non esagerare, alle potenze regionali per restare neutrali. Ha prodotto l’effetto opposto. Teheran ha minacciato la sospensione dei negoziati e la ripresa delle ostilità, mettendo Washington davanti a un’alternativa secca: accettare le condizioni iraniane o affrontare le conseguenze di un’escalation incontrollabile. Gli americani hanno scelto. Netanyahu, involontariamente, ha accelerato la propria sconfitta e quella del suo principale alleato. Un ringraziamento sardonico è d’obbligo.
Il conto militare che Israele non vuole presentare
Sul piano strettamente militare, il quadro libanese è quello di un’operazione che non ha conseguito nessuno degli obiettivi dichiarati. Le IDF non hanno sfondato il territorio, non hanno stabilito la zona cuscinetto nel sud del Paese, non hanno neutralizzato la capacità offensiva di Hezbollah — che continua a colpire il nord di Israele e che, secondo diverse fonti, è riemerso dall’ultimo ciclo di conflitto meglio armato e più preparato di prima. Il bilancio materiale parla di 31 soldati israeliani morti, 1.300 feriti e 313 carri armati Merkava distrutti: numeri che, in qualsiasi altro contesto, produrrebbero una crisi di governo immediata e un dibattito pubblico senza sconti.
Ma il fallimento libanese è solo l’ultimo di una serie. Dal 7 ottobre 2023, Israele non è riuscita a smantellare Hamas a Gaza, non ha ottenuto il regime change a Teheran che costituiva l’obiettivo strategico di fondo, non ha reciso i legami operativi tra l’Iran e i suoi alleati regionali — dallo Yemen all’Iraq fino al Libano stesso. Ogni operazione militare ha prodotto costi crescenti senza risultati proporzionali. La sicurezza di Israele, paradossalmente, è oggi più fragile di quanto non fosse prima dell’inizio di questa sequenza bellica. Alcuni osservatori politici israeliani lo dicono esplicitamente da mesi: il rischio non è solo perdere Netanyahu, è perdere la coesione dello Stato.
Ginevra come spartiacque e il nuovo ordine che avanza
L’accordo di Ginevra, se reggerà, non sarà solo una tregua: sarà la cornice giuridica attorno a cui si costruirà una nuova architettura di sicurezza regionale. Arabia Saudita, Qatar, Oman, Turchia, Egitto e Iran — con gli attori dell’Asse della Resistenza come partner impliciti — sono i soggetti attorno a cui si ridisegna l’equilibrio mediorientale. La gestione dello Stretto di Hormuz, condivisa tra Oman e Iran, è già un segnale di quanto il centro di gravità si sia spostato. Washington resta presente, ma non più come arbitro: come parte sconfitta che negozia i termini della propria uscita ordinata.
In Israele, intanto, l’accordo ha prodotto il risultato improbabile di compattare l’intero spettro politico in un’unica posizione: opposizione totale. Da Ben-Gvir, che dichiara Israele «non vincolato da alcun accordo», a Yair Golan del centro-sinistra, che accusa Netanyahu di aver cancellato con una firma le conquiste militari ottenute col sangue dei soldati, fino a Naftali Bennett, che promette agli elettori un «piano strategico chiaro per abbattere il regime iraniano» in caso di vittoria alle elezioni di ottobre. Capito? Si ricomincia. L’ex generale Eisenkot chiede una leadership responsabile, Benny Gantz annuncia che servirà «una battaglia diplomatica, militare e legale per anni». Firma o non firma, il dito israeliano resta sul grilletto. È l’unica costante bipartisan che Gerusalemme produce con affidabilità industriale.
Il nuovo ordine mediorientale non è ancora scritto, ma la direzione è leggibile. Gli equilibri che si stanno formando sulle macerie di questi sessanta giorni di guerra assomigliano sempre meno a quelli che Washington aveva progettato e sempre più a quelli che Teheran aveva in mente. Non è un dettaglio.

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