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Una delle dimensioni del fallimento occidentale è la pretesa di guidare la modernizzazione e le sue costanti transizioni. L’Unione Europea, che si poneva come guida di questi processi, sta venendo invece travolta dal passaggio ad economie di guerra.
L’Unione Europea è la grande sconfitta
Comincia ad affacciarsi uno schema. Cercandone le radici bisogna riferirsi al movimento di fondo del nostro tempo: il tramonto della egemonia tecnica, economica e politico-militare dell’Occidente.
Questo movimento, di portata storica, conclusione di un ciclo di mezzo millennio, ha conseguenze in ogni direzione, e talvolta inattese.
Una delle dimensioni della sconfitta (o del fallimento) è in direzione della pretesa, nutrita appunto da cinque secoli, di guidare la modernizzazione e le sue costanti transizioni.
L’Unione Europea (lo sconfitto dentro il fallito) ha sognato, come usualmente gli capita, nell’ultimo ventennio di porsi come guida della transizione ad un mondo fondato su tecnologie smart e rinnovabili.
Due pilastri reggevano questo sogno (o delirio, se preferite): la spinta interna a creare un grande mercato, che avviasse un ciclo di investimenti autosostenuto, e la dotazione di finanza attivata dalle opportunità. Entrambe le cose ci sono state, ma in misura episodica, incerta e insufficiente.
Al contempo i competitori sistemici (in particolare la Cindia) hanno seguito il medesimo piano, ma, al contrario della Ue lo hanno fatto. Hanno creato un enorme mercato, i relativi campioni industriali, ed hanno mobilitato ciclopici investimenti pubblici e quindi anche privati. Hanno vinto, come si riconosce ormai ovunque.
La differenza tra la carenza di azione e capitali, endemica in un sistema a trazione capitalista e monopolistico incapace di decidere (non ultimo per l’eccesso di concentrazione dei capitali e quindi la cattura del sistema di decisione pubblico), e la loro disponibilità nei tempi necessari del sistema “orientale”, è talmente vistosa che ormai tutti si rendono conto di non riuscire a competere (nelle tecnologie per le rinnovabili elettriche, negli accumuli, ora anche nell’automotive).
Il confronto tra le disfunzionali società rette dalla valorizzazione privata, miope ed a cortissimo raggio, in quanto dominata dal cosiddetto ‘capitale fittizio’ (o finanziario), verso le società comunitarie, capaci di direzione e capitalizzazione adeguata, porta al cambio di fase che si intravede.
Nel momento in cui l’Occidente collettivo va, infatti, alla guerra deve creare le condizioni della rivalsa del Grande Capitale Industriale (GCI) di tipo tradizionale (Oil & Gas e Nucleare & Militare, OGNM) verso il capitale distribuito e finanziarizzato egemone nell’avvio di millennio. Il GCI chiede ed ottiene protezione.
Questo conflitto tra capitali (la forma standard del modo di produzione capitalista) ha una rilevante conseguenza che si inizia a vedere: un allentamento delle retoriche della transizione e della modernizzazione smart e un relativo indebolimento delle relative politiche di spinta.
L’emergere di controforze solo apparentemente volte alla mitigazione degli effetti della transizione sulla vita quotidiana (OGNM ha ottime agenzie di stampa e marketing) ma in realtà dirette alla conservazione degli assetti di potere esistenti ed al loro rafforzamento.
Nel momento in cui si passa all’economia di guerra non si può certo comprare dal nemico.

* Ripreso dalla pagina Fb di Alessandro Visalli
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