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Il dissidente che vive nei paesi ostili all’Occidente è da subito eletto a reti unificate come martire meritevole di un premio Nobel qualsiasi. Al contrario, se contesti le politiche Occidentali e ne sei cittadino, non sei un dissidente ma un eversivo e puoi essere tranquillamente arrestato e manganellato.
Il peso dei dissidenti
Il termine dissidente è misurato con accortezza a seconda del paese d’origine. Fa il paio con l’impolitico attivista, che miscela l’impegno aziendalistico con la militanza collettiva, depredando di significato la seconda.
Il dissidente che vive nei paesi ostili all’Occidente è da subito eletto a reti unificate come martire meritevole di un premio Nobel qualsiasi, anche se in origine il suo sacrificio si condiva con espressioni xenofobe, nazisteggianti e squadriste.
Non si applica la categoria della dissidenza a chi, in Occidente, contesta le pulsioni imperiali e oligarchiche del suo sistema di dominio. Gli arresti, nelle democrazie liberali, sono sempre ampiamente giustificati dalla pericolosità eversiva dei soggetti.
È il caso della professoressa Carolin Fohlin, docente di Economia della Emory University, imprigionata per aggressione. Lei neanche partecipava alle proteste studentesche contro il genocidio in corso del popolo palestinese, chiedeva spiegazioni per il fermo di alcuni studenti.
Se fossi russo o cinese la nominerei da subito a capo dell’opposizione degli Stati Uniti. È una pratica che qui, nel regno sbrilluccicante della civiltà, si effettua di continuo.
Purtroppo però il sigillo del dissidente, quello che apre le porte dei saloni dei libri con dolorose testimonianze, nelle patrie amiche non si appone.
Più facile descrivere le gesta degli oppositori come tipici comportamenti schizofrenici, suggeriti magari da qualche farmaco di troppo o da traumi psichici irrisolti che sfociano nella delinquenza comune. Le kermesse culturali potranno fare a meno di storie che non fanno ridere il Re.

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