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La polveriera Siria e l’espansionismo israeliano

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La Siria sprofonda nel caos: Israele bombarda Damasco, il regime attacca i drusi a Suweyda e la guerra etnica si riaccende. Mentre l’Occidente tace, Tel Aviv rilancia l’espansione. I curdi temono di essere i prossimi nel mirino del nuovo jihadismo al potere.

Israele bombarda Damasco: la Siria torna sull’orlo del baratro

La Siria torna a occupare le prime pagine della cronaca internazionale come una polveriera sul punto di deflagrare. L’ultima fiammata, in ordine di tempo, è giunta con i bombardamenti israeliani che hanno colpito il cuore di Damasco, incluso — secondo alcune fonti — il Ministero della Difesa e persino il Palazzo presidenziale.

A ciò si aggiunge l’attacco alla base aerea di Al-Thaala, nel sud del Paese, che ha provocato vittime tra le forze governative. Il messaggio di Tel Aviv è chiaro: Israele non tollererà la presenza di milizie siriane o filoiraniane a ridosso dei propri confini. Ma dietro questa politica di “deterrenza attiva” si cela un’agenda più ambiziosa, che molti analisti leggono come parte del progetto messianico-nazionalista del “Grande Israele”.

Nel frattempo, la Siria brucia sotto la pressione di nuove faglie etnico-religiose. A Suweyda, roccaforte della minoranza drusa, si è consumato un nuovo capitolo dell’infinita guerra civile: esecuzioni sommarie, rastrellamenti, violenze settarie.

Le testimonianze raccolte da France Press parlano di una vera e propria caccia all’uomo, con i drusi presi di mira dalle forze governative siriane, apparentemente alleate dei beduini sunniti. Un’alleanza inquietante, che contraddice la narrativa ufficiale di uno Stato laico e unificatore e che riaccende la spirale della vendetta tra comunità storicamente coesistenti ma mai pienamente integrate.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, i morti nei recenti scontri interni superano le 300 unità, una cifra destinata ad aumentare in assenza di una reale tregua. La comunità internazionale, in particolare l’Europa, osserva con silenziosa impotenza.

Un silenzio che diventa complicità se si considera che l’Occidente ha appoggiato, direttamente o indirettamente, le milizie jihadiste che oggi — con l’ex tagliagole al-Sharaa alla guida — tentano di imporsi come nuova autorità nazionale. È un gioco pericoloso, quello del “nemico del mio nemico”, che ha già dimostrato i suoi limiti in Iraq, Afghanistan e Libia.

Israele gendarme armato

Per Israele, la crisi siriana rappresenta tanto un rischio quanto un’opportunità. Il coinvolgimento militare aereo, giustificato formalmente con la difesa della minoranza drusa — anche interna al proprio territorio — ha però una portata più ampia. Le alture del Golan, già illegalmente annesse e colonizzate, sono al centro di una strategia espansionistica che si estende idealmente fino a Damasco.

La legge israeliana sulla colonizzazione del Golan e le recenti dichiarazioni del premier Netanyahu vanno lette in questo contesto. La protezione dei drusi — storicamente legati a Israele ma culturalmente eterogenei — diventa il cavallo di Troia per una politica di consolidamento territoriale.

Eppure, lo stesso mondo druso appare diviso. In Israele, il leader spirituale Muwaffaq Tarif ha chiesto apertamente un intervento contro il regime siriano. A Suweyda, invece, i capi religiosi ribadiscono la loro fedeltà alla sovranità nazionale, respingendo qualsiasi aiuto esterno, soprattutto da parte di Tel Aviv. Una frattura che riflette le molteplici identità e fragilità di un popolo diviso da confini imposti e da alleanze pericolose.

Ma i drusi potrebbero non essere gli unici nel mirino. Gli osservatori più attenti, come Amberin Zaman su Al-Monitor, leggono quanto accaduto a Suweyda come un monito indirizzato ai curdi siriani.

Le Forze Democratiche Siriane (SDF), a guida curda, stanno infatti subendo forti pressioni internazionali per cedere il controllo delle zone orientali alla capitale. Una richiesta che i curdi rigettano, temendo — a ragione — nuove ondate di repressione. Lo schema già visto potrebbe ripetersi a Deir Ezzor, dove le tribù arabe potrebbero essere strumentalizzate contro le SDF per legittimare un nuovo intervento governativo.

In questo scenario, l’Occidente si trova intrappolato dalle proprie contraddizioni. Dopo aver demonizzato Assad e sostenuto le forze anti-regime, oggi si ritrova a dover gestire un’alleanza di fatto con elementi fondamentalisti e destabilizzanti.

La Siria, lungi dall’essere pacificata, rischia così di diventare il teatro di nuove pulizie etniche e scontri regionali, in un gioco geopolitico dove gli attori più attivi — Israele e Turchia in primis — mirano a riscrivere i confini più che a garantire la stabilità.

La polveriera è pronta a esplodere. E questa volta, le scintille potrebbero incendiare tutto il Medio Oriente.

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