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Le città neoliberali espellono i residenti attraverso affitti insostenibili, gentrificazione e rendita immobiliare. Le devastazioni urbane rivelano un conflitto che la repressione non cancella: come nella Maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe, nessuna fortezza protegge i privilegiati dalla realtà che hanno escluso.
Di chi sono le città?
C’è qualcosa di medievale nelle metropoli del capitalismo avanzato: mentre il denaro circola senza confini, gli esseri umani vengono separati da barriere sempre più selettive. Non sono necessariamente mura, ma canoni d’affitto, quartieri sorvegliati, prezzi espulsivi, spazi pubblici trasformati in occasioni di profitto. La città si rigenera, si dice. Bisognerebbe chiedersi per chi.
La gentrificazione non è una metamorfosi innocente del paesaggio urbano. È una redistribuzione del diritto di abitare: i quartieri diventano appetibili, i valori immobiliari crescono, le comunità originarie vengono progressivamente allontanate. Al loro posto arrivano consumatori solvibili, attività commerciali omologate, un’estetica rassicurante destinata a chi può pagare. La città si fa più ricca e, insieme, più povera di vita. Conserva le facciate, espelle le persone.
Le devastazioni di questi giorni non si spiegano soltanto attraverso le immagini delle vetrine infrante e degli scontri. La violenza non è una categoria da assolvere in blocco, né la rabbia una politica già compiuta; ma l’ordine pubblico, invocato come risposta autosufficiente, rischia di diventare il nome rispettabile con cui si sottraggono alla discussione le cause del conflitto. Una società può reprimere il disordine visibile e lasciare intatta la violenza meno appariscente che attraversa la vita quotidiana: sfratti, precarietà, espulsione dai centri urbani, privatizzazione dello spazio comune.
Viene in mente “La maschera della morte rossa” di Edgar Allan Poe. Il principe Prospero si rinchiude con la propria corte in un’abbazia fortificata, mentre fuori la pestilenza devasta il paese. All’interno si celebrano feste, si ostenta ricchezza, si coltiva l’illusione che il privilegio possa rendere impermeabili alla catastrofe. Ma durante un ballo in maschera compare una figura inquietante, che attraversa le sale e raggiunge il principe. La fortezza non è bastata: la morte è entrata.
Le città contemporanee hanno costruito le proprie abbazie. Sono i quartieri esclusivi, le residenze protette, i centri storici convertiti in scenografie turistiche, le zone in cui la sicurezza viene acquistata come un servizio privato. Fuori rimane tutto ciò che non trova posto nel catalogo del consumo: chi lavora senza potersi permettere una casa, chi viene espulso dal quartiere in cui è cresciuto, chi attraversa la città per servirla senza avere più il diritto di abitarla.
La maschera, allora, non coincide necessariamente con chi scende in piazza. È anche il volto di una società che considera inevitabile la sofferenza di molti e intollerabile il disturbo arrecato a pochi. Il privilegio vorrebbe confinare le contraddizioni nei quartieri periferici, nei bilanci familiari, nelle vite rese invisibili. Ma nessuna rendita immobiliare può comprare l’immunità dalla storia.
La questione non è romanticizzare la devastazione, né fingere che ogni gesto di rabbia contenga già una prospettiva emancipatrice. È comprendere che cosa accade quando la città cessa di essere uno spazio condiviso e diventa un bene da valorizzare, quando il diritto all’abitare soccombe alla redditività e la presenza dei poveri viene trattata come un problema di decoro.
Poe ci consegna un’immagine più lucida di molte cronache: una classe che si crede al riparo dal mondo finisce per incontrare, dentro le proprie stanze, ciò che ha voluto tenere fuori. La città non è una proprietà privata, né un fondale per il benessere di chi può permetterselo. Quando una parte crescente dei suoi abitanti viene espulsa dal proprio futuro, la maschera è già arrivata. Resta da capire quanto a lungo continueremo a scambiarla per un’estranea.

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