L’estintore scandalizza, il busto del Duce no: la Costituzione a geometria variabile

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La Costituzione non può diventare un’arma da usare contro gli avversari e da riporre quando tocca i propri alleati. Se un’opinione non giustifica l’espulsione di un dottorando, la coerenza impone di respingere anche l’indignazione selettiva davanti ai simboli fascisti nelle istituzioni.

L’estintore e il busto: la Costituzione applicata a metà

Nei giorni scorsi la guerriglia urbana, Milano, Bologna, Torino, Brescia, 141 agenti feriti, decine di arresti, ha prodotto anche un secondo fronte, quello delle parole. Un dottorando dell’Università di Bologna ha scritto sui social che la polizia è un “mestiere da figlio di puttana” e che, se gli agenti non vogliono prendersi “un estintore sulla nuca”, possono “sempre cambiare lavoro”.

Reazione lampo: il capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Emilia-Romagna, Maurizio Bignami, chiede la testa del ragazzo: “Va cacciato. Un individuo così è incompatibile con l’università”. Il rettore Giovanni Molari parla di “parole del tutto inaccettabili” e annuncia che l’ateneo farà “immediatamente quanto di sua competenza”, avviando gli “approfondimenti necessari”.

Ora: le parole sono brutte? Sì. Sono un insulto? Sì. Fanno parte della normale amministrazione del conflitto politico? Purtroppo sì, ed è proprio qui che comincia il problema. Perché se l’articolo 21 della Costituzione vale qualcosa, vale anche, soprattutto, per le espressioni che ci disgustano. La giurisprudenza lo ripete da settant’anni: la libertà di manifestazione del pensiero è il “nervo scoperto della democrazia” e resiste a provvocazioni ben peggiori. I limiti ci sono, istigazione alla violenza, diffamazione, ordine pubblico, ma corrispondono a ipotesi di reato precise.

Una frase crudele che rassegna la violenza come “rischio del mestiere” non è un’istigazione a commettere un reato specifico; la diffamazione verso una categoria indistinta, secondo la Cassazione, nemmeno si configura. Nel peggiore dei casi: un fascicolo, un pm, un giudice. Non certo un’espulsione amministrativa decisa sotto pressing politico in ventiquattr’ore.

Il rettore ha il diritto, e forse il dovere, di dire che quelle parole stonano con i valori dell’ateneo. Ma se dagli “approfondimenti” dovesse uscire un provvedimento disciplinare contro un’opinione, a processo andrebbe la Costituzione, non il dottorando: un’Università pubblica non può espellere un’idea, può punire solo una condotta illecita. E l’escalation richiesta da Bignami, “va cacciato”, senza neppure bisogno di spiegare perché, trasforma un giudizio morale in un desiderio di punizione sommaria.

E qui entra in scena il busto di Mussolini

Perché la stessa parte politica che in ventiquattr’ore ha elaborato, pubblicizzato e invocato un provvedimento contro un dottorando, quando si tratta della presidente del Consiglio, che si rifiuta di definirsi antifascista, pur avendo giurato su una Costituzione scritta per esorcizzare il fascismo, o del presidente del Senato che tiene un busto del Duce in casa o in ufficio, non ha prodotto alcun analogo pressing istituzionale. Nessun “va rimosso”, nessun provvedimento richiesto a gran voce, nessuna indignazione immediata. Non per difetto di gravità: uno slogan offensivo di un giovane ricercatore ha un raggio d’azione ridicolo rispetto a un simbolo fascista custodito da chi presiede il Senato. Eppure il primo ha scatenato il parapiglia, il secondo la rassegnazione.

Concediamo la differenza di contesto: le parole del dottorando sono arrivate in piena escalation violenta, con agenti ricoverati in ospedale, ed è legittimo leggerle dentro quel clima. Ma è una differenza che taglia anche dall’altra parte: se un messaggio privato e marginale merita l’espulsione immediata, la soglia di tolleranza per chi celebra il Ventennio dall’interno delle istituzioni dovrebbe essere più bassa, non più alta. Non lo è, e non è un caso. L’indignazione si mobilita quando esiste un braccio istituzionale a cui appoggiarsi, un ateneo che può espellere, e si acqueta quando punire implicherebbe colpire i propri.

Nessuno chiede di sanzionare Meloni o La Russa: non si può, e non si deve. Il busto in casa non è reato, la reticenza sull’antifascismo si giudica alle urne. Ma allora, con coerenza, non si possono neppure chiedere provvedimenti contro un cittadino privato per un’opinione. Un principio che si attiva solo quando il bersaglio è politicamente comodo non è un principio: è una leva. La Costituzione vale per l’estintore e per il busto, per il dottorando e per il presidente del Senato, oppure non vale per nessuno. Da settant’anni la risposta corretta è la prima. Chissà perché, bisogna ripeterlo ogni volta.

 

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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