Iveco svenduta dagli Agnelli-Elkann: il tramonto del capitalismo italiano

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La cessione di Iveco alla Tata segna un’altra perdita per l’industria italiana. Tra promesse di tutela e dubbi sul futuro, emerge il vuoto di un capitalismo nazionale incapace di difendere asset strategici, mentre lo Stato resta l’unico a intervenire.

Iveco, un addio che pesa: la cessione agli stranieri e il mito del capitalismo italiano

È passata quasi sotto silenzio un’operazione che priva l’Italia di un altro pilastro industriale. La famiglia Agnelli-Elkann, protagonista della finanza e dell’imprenditoria nazionale, ha deciso di cedere Iveco, marchio di riferimento nella produzione di veicoli industriali e militari. Non si tratta di un nome qualunque: quinto produttore europeo del settore, con circa 8.000 dipendenti in Italia e attività in 160 Paesi, ha un ruolo di primo piano anche sui mercati sudamericani.

Il governo, consapevole della rilevanza strategica dell’azienda, ha cercato di porre un argine. Il risultato è stato uno scorporo: la divisione militare è passata a Leonardo, società a partecipazione statale, mentre la parte civile è stata acquistata dal colosso indiano Tata. Una soluzione che, almeno formalmente, preserva il controllo pubblico su settori sensibili, ma che non dissipa le incertezze.

Sindacati ed esecutivo chiedono garanzie concrete sulla tutela dell’occupazione negli stabilimenti italiani. Ma la domanda è quanto a lungo tali impegni possano resistere. Tata, che dispone di una manodopera interna a costi molto inferiori a quelli europei, ha acquisito Iveco soprattutto per colmare lacune tecnologiche: resta da capire se il marchio avrà un ruolo di rilievo nei piani industriali futuri o se finirà ridimensionato.

Il mito dell’imprenditore nazionale in crisi

La cessione di Iveco mette in luce una fragilità strutturale: l’assenza di un vero capitalismo nazionale capace di investire e proteggere asset strategici. Da anni, la retorica dell’imprenditore italiano come motore dell’economia permea media e dibattito politico, anche in settori che si definiscono progressisti. Eppure i dati raccontano un’altra storia: tra le prime dieci aziende italiane, almeno la metà è controllata in parte o totalmente dallo Stato.

Quando un’impresa di successo viene messa sul mercato, raramente un privato italiano si fa avanti. A intervenire, quasi sempre, è un soggetto pubblico, come dimostra l’acquisizione della divisione militare da parte di Leonardo. La nostra borghesia industriale appare più incline alla rendita e alla speculazione che alla gestione di attività produttive di lungo periodo. Non esiste un legame stabile tra Stato e grande impresa, come avviene invece in Francia o in Germania, dove l’industria privata e quella pubblica cooperano per obiettivi strategici comuni.

Il caso Agnelli-Elkann è emblematico: negli ultimi decenni la famiglia ha progressivamente dismesso attività industriali in Italia, spostando interessi e residenza oltreoceano, con l’obiettivo di consolidare patrimonio e influenza negli Stati Uniti.

Un segnale della crisi strutturale del sistema

Dal punto di vista economico e politico, la perdita di Iveco dimostra che il Paese non può contare su un settore privato in grado di trainare sviluppo e occupazione. L’idea, cara a certe letture marxiste, di una fase di espansione delle forze produttive trainata dall’iniziativa privata come premessa alla socializzazione, si scontra con la realtà di un capitalismo nazionale debole, dipendente dai mercati finanziari esteri e incline alla dismissione di asset produttivi.

Anche sul piano simbolico, la traiettoria della famiglia Agnelli-Elkann è significativa. John Elkann, attento a costruire una propria immagine pubblica attraverso campagne mediatiche e iniziative mirate, non ha esitato a rafforzare legami con ambienti politici ed economici statunitensi, come dimostrato dalla sua visita a Donald Trump insieme alla Juventus. Un episodio che, al di là delle apparenze, sembra confermare una strategia di progressivo disimpegno dall’Italia.

La cessione di Iveco non è quindi un fatto isolato, ma parte di un processo più ampio: la lenta e silenziosa perdita di controllo nazionale su settori chiave e la crisi di un capitalismo che, in Italia, sembra aver smarrito la vocazione industriale. In questo scenario, lo Stato rimane spesso l’unico attore disposto a intervenire, ma con mezzi limitati e risultati parziali.

Nel frattempo, il Paese assiste, quasi inerte, alla vendita di ciò che resta dei suoi gioielli produttivi, mentre il dibattito pubblico continua a ripetere il mito di un’imprenditoria privata che, alla prova dei fatti, appare sempre più assente.

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