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La Homeland Security USA ha avviato il caso Zapatero fornendo intercettazioni alla polizia spagnola. Sánchez aveva rifiutato basi per l’Iran, criticato la NATO e trattato con la Cina. Coincidenze? La geopolitica non conosce questa parola.
Il caso Zapatero e la firma che non c’è
Pedro Sánchez governa la Spagna da otto anni, ha resistito a mozioni di sfiducia, elezioni anticipate e coalizioni improbabili, e adesso si trova a gestire qualcosa di più insidioso: un’offensiva giudiziaria che colpisce il suo Partito Socialista attraverso il predecessore José Luis Zapatero, con un’origine che merita di essere raccontata con precisione.
A sollevare la questione è Enric Juliana, vicedirettore de La Vanguardia — quotidiano catalano di orientamento liberale e centrista, non esattamente un foglio di propaganda socialista — che ha ricostruito la genesi dell’inchiesta individuando un elemento non secondario: a fornire le informazioni iniziali alla polizia spagnola è stato un servizio di intelligence statunitense, la Homeland Security Investigations, che aveva intercettato il telefono di un imprenditore venezuelano sospetto.
Questo dato non annulla la rilevanza delle accuse contro Zapatero — che riguardano presunti legami con Huawei, Air China e altri gruppi cinesi, oltre ai rapporti con il Venezuela ai tempi in cui l’ex premier fungeva da mediatore tra il regime di Maduro e l’opposizione — e non trasforma automaticamente un’inchiesta giudiziaria in un’operazione politica orchestrata da Washington. Ma solleva una domanda che Juliana formula con esattezza: in che misura può esistere una convergenza tra l’apertura di procedimenti giudiziari e il contesto geopolitico in cui si muove un governo? La domanda non è teorica. Ha un nome e una storia.
Sánchez, la lista delle insubordinazioni e il conto da pagare
Donald Trump non è noto per la sua generosità verso chi lo contraddice. Sánchez lo ha fatto con una certa sistematicità: ha criticato pubblicamente l’aumento delle spese militari richiesto dagli Stati Uniti alla NATO — portarle al 5% del PIL è una posizione che Madrid ha contestato come economicamente insostenibile — ha preso posizione contro Israele per la condotta a Gaza, si è rifiutato di concedere basi spagnole per l’attacco all’Iran, ha coltivato rapporti commerciali con la Cina inclusa Huawei, ha incontrato Xi Jinping producendo intese che Washington ha definito problematiche sul piano della sicurezza, e ha spinto per una regolamentazione europea delle piattaforme tecnologiche americane. È un curriculum di dissenso che, nell’ottica dell’amministrazione Trump, compone un profilo preciso: quello dell’alleato indisciplinato che si permette un’agenda autonoma.
Il caso Snowden aveva dimostrato, con documenti, che i servizi americani sorvegliano sistematicamente alleati e partner europei. È una notizia che la classe politica continentale ha metabolizzato con notevole velocità, archiviandola come fastidio temporaneo e tornando all’ordine del giorno. Il fatto che la Homeland Security Investigations abbia intercettato un telefono venezuelano e abbia ritenuto opportuno condividere il risultato con la polizia spagnola — producendo un’inchiesta che oggi destabilizza il governo di Sánchez — è il tipo di coincidenza che in geopolitica si chiama convergenza di interessi, non fatalità.
Juliana lo scrive in modo diretto, senza la cautela eccessiva di chi teme di sembrare complottista: «ogni volta che il PSOE supera una linea pericolosa, viene colpito duramente». La tempistica dell’offensiva giudiziaria coincide con una fase in cui Sánchez ha accumulato un numero sufficiente di insubordinazioni verso Washington da giustificare, nell’ottica americana, una pressione significativa. Questo non richiede l’esistenza di una regia centralizzata e consapevole: richiede soltanto che chi gestisce informazioni di intelligence valuti, nel condividerle, quali effetti politici produrranno. Una valutazione che si chiama, nel linguaggio diplomatico, influenza. Nel linguaggio ordinario si chiama interferenza.
Le conseguenze interne sono già visibili. La coalizione di Sánchez è sotto pressione strutturale. L’ex premier socialista Felipe González — figura storica del partito, non certo un outsider — ha chiesto elezioni anticipate prima dell’estate 2027. Anche il Partito Nazionalista Basco, alleato indispensabile per la maggioranza di governo, ha manifestato insofferenza. Il quadro è quello di un esecutivo che, dopo otto anni, mostra l’usura fisiologica del potere amplificata da una tempesta giudiziaria che arriva in un momento di fragilità politica. Se dietro quella tempesta ci sia solo giustizia o anche geopolitica, è esattamente la domanda che nessuno a Bruxelles sembra avere fretta di porre.
Il precedente è rilevante oltre il caso spagnolo. Se un’amministrazione americana può condizionare il profilo politico di un governo europeo attraverso la selezione e la condivisione di informazioni giudiziarie, allora l’autonomia strategica europea — di cui si parla ossessivamente nei documenti ufficiali — ha un limite molto concreto: si ferma dove cominciano i database della Homeland Security. Non è fantapolitica. È il funzionamento ordinario di un sistema in cui gli alleati non sono uguali, e chi si comporta da partner indipendente impara, prima o poi, il costo dell’indipendenza.

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