Gaza sotto assedio: massacri, repressione e crisi politica in Israele

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In 72 ore, Israele ha ucciso oltre 600 palestinesi a Gaza, tra cui 200 bambini. L’offensiva colpisce Rafah e Beit Lahiya mentre i medici operano senza anestesia. Netanyahu reprime dissenso interno e mira al controllo assoluto. Il progetto dell’espulsione palestinese avanza, sostenuto dagli USA.

Gaza sotto assedio: un’offensiva senza tregua

L’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza ha raggiunto livelli di brutalità senza precedenti. In soli tre giorni, oltre 600 palestinesi sono stati uccisi, tra cui almeno 200 bambini. L’esercito di Tel Aviv ha esteso la sua offensiva su Rafah e Beit Lahiya, colpendo indiscriminatamente abitazioni e infrastrutture civili.

La protezione civile non dispone più di mezzi per scavare tra le macerie, mentre negli ospedali, ormai al collasso, i medici sono costretti ad amputare arti senza anestesia per salvare i feriti.

Netanyahu e la repressione del dissenso

Mentre la guerra si intensifica, anche all’interno di Israele cresce la tensione. La popolazione scende in piazza per protestare contro il governo di Benjamin Netanyahu, accusato di trascinare il paese verso l’abisso per mantenere il potere.

Il primo ministro, però, non tollera critiche: migliaia di manifestanti vengono dispersi con la forza, mentre il capo dei servizi segreti, Ronen Bar, viene destituito in circostanze sospette. La crisi politica si aggrava, con l’opposizione che denuncia la volontà del premier di mettere i suoi interessi personali al di sopra di quelli nazionali.

Secondo molte testimonianze, se in Israele si votasse oggi, Netanyahu perderebbe le elezioni. Tuttavia, la possibile alternativa non sarebbe molto diversa: l’attuale coalizione di estrema destra mantiene un forte consenso e continuerebbe sulla stessa linea politica, mirando a impedire ogni possibilità di autodeterminazione per il popolo palestinese. L’obiettivo rimane lo stesso: forzare i palestinesi a rinunciare alla loro identità nazionale e spingerli all’esilio.

Il piano di espulsione e il sostegno americano

L’escalation a Gaza si inserisce in una strategia più ampia. Con il sostegno del nuovo governo statunitense, Israele sta accelerando il piano di espulsione dei palestinesi dalla Striscia, un progetto che potrebbe estendersi anche alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Qui, negli ultimi mesi, l’esercito israeliano ha demolito decine di migliaia di abitazioni palestinesi, cercando di cancellare la loro presenza sul territorio.

Attribuire tutta la colpa a Netanyahu sarebbe riduttivo. Il partito in cui è cresciuto, il Likud, ha sempre puntato alla creazione di un grande stato ebraico tra il Mediterraneo e il Giordano. Anche i laburisti, pur senza dichiararlo apertamente, hanno contribuito all’espansione degli insediamenti nei territori occupati. La politica israeliana, quindi, è il frutto di un consenso più ampio che supera la figura del solo premier.

La censura dei media e i crimini di guerra

In Israele, la stampa allineata giustifica l’offensiva come una necessità di sicurezza, ma alcune voci critiche si fanno sentire. Il quotidiano Haaretz, attraverso il suo editorialista Gideon Levy, denuncia apertamente i crimini di guerra commessi a Gaza. Secondo Levy, Israele non sta colpendo obiettivi militari, ma civili, e lo sta facendo con la piena consapevolezza della gravità di tali atti. La volontà non è solo quella di eliminare Hamas, ma di infliggere un colpo mortale alla popolazione palestinese.

Nel frattempo, Netanyahu continua a usare la guerra come strumento per consolidare il proprio potere, reprimendo le voci critiche interne. Secondo l’opposizione, il licenziamento del capo dello Shin Bet sarebbe legato non a questioni di sicurezza, ma a uno scandalo di corruzione che coinvolgerebbe alcuni suoi collaboratori e il Qatar.

Il conflitto a Gaza, quindi, non è solo una questione militare, ma il risultato di un disegno politico più ampio, in cui la sopravvivenza stessa della democrazia israeliana è messa in discussione. Ma quanto potrà reggere un sistema basato su repressione, guerra e censura?

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