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Mentre a Gaza si contano decine di migliaia di morti, c’è chi teme più il danno d’immagine che la sorte delle vittime. La prudenza linguistica diventa complicità, e la verità arretra lasciando spazio all’impunità e all’indifferenza.
Gaza, chi difende l’immagine e non la vita è complice dell’orrore
A Gaza, nel cuore di un massacro in cui la distruzione sistematica di vite umane appare evidente, vi sono commentatori, influencer della “ragionevolezza” a buon mercato che, anziché affrontare il dramma concreto, si rifugiano in discussioni semantiche.
La disputa sul termine “genocidio” diventa così un esercizio di distacco, utile a rinviare l’assunzione di responsabilità e a ridimensionare la portata di ciò che avviene. È una strategia che, lungi dall’essere neutra, contribuisce alla prosecuzione dell’orrore.
Le prime pagine dei giornali cosiddetti “progressisti” – o come avrebbe detto il megadirettore di Fantozzi “medio-progressisti”- sono state occupate per giorni dalle riflessioni sulle riflessioni, un sofisma vagamente perverso, per vedere se avesse più ragione David Grossman piuttosto che Liliana Segre.
Una discussione tutta interna ad un unico campo, con un’unica prospettiva in cui, pur ammettendo l’orrore in Palestina, non compare alcuna empatia per le vittime. Parole rivelano solo paura per le conseguenze su Israele. Il danno d’immagine davanti al danno reale.
Il confronto tra linguaggio e realtà
Parlare di “genocidio” non è questione puramente accademica: il termine comporta conseguenze legali e morali di estrema gravità. Amnesty International ha dichiarato che vi sono “prove sufficienti” per considerare le azioni di Israele a Gaza come genocidarie.
Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU, ha individuato nel suo rapporto Anatomy of a Genocide tre forme di condotta che soddisfano i criteri internazionali: uccisione deliberata, inflizione di danni gravi e imposizione di condizioni di vita insostenibili.
A fronte di una popolazione sradicata, costretta a peregrinare tra zone devastate e privata dei mezzi di sopravvivenza, c’è chi concentra la propria preoccupazione su un fenomeno indiretto: il rischio di un aumento di episodi antisemiti a livello internazionale.
L’ordine di importanza appare rovesciato: il dramma immediato delle vittime diventa marginale rispetto alla salvaguardia dell’immagine di una comunità, anche quando questa immagine non è sotto attacco diretto ma riflesso della condanna di un governo.
Il generoso silenzio del mondo e dei media
La cautela linguistica diventa in questo modo complicità involontaria. Secondo le ricostruzioni giornalistiche divenute pubbliche negli States, il New York Times ha suggerito ai propri reporter di evitare parole come “genocidio”, “Palestina” o “territori occupati”.
È una scelta che non nasce dal vuoto, ma da una tradizione di autocensura e di eufemismi che privilegia l’equilibrio percepito rispetto alla trasparenza. Un linguaggio annacquato consente al lettore di restare indifferente, schermato dall’impatto della realtà.
Vi è un paradosso sconcertante: mentre le strade di Gaza si riempiono di corpi senza vita, mentre la fame e le epidemie si diffondono nei campi profughi, alcuni analisti e commentatori sembrano più turbati dall’effetto che queste immagini possono avere sull’opinione pubblica internazionale che dal destino delle persone ritratte.
Si ergono a custodi di una reputazione collettiva, ignorando che la reputazione stessa è corrosa dall’inerzia di fronte al massacro. Questo atteggiamento è più che una svista morale: è un modo di gerarchizzare il dolore, stabilendo implicitamente che la sofferenza di certe vittime sia meno rilevante della salvaguardia di un’immagine.
E così, nell’ossessione per il simbolo, si smarrisce la sostanza: la difesa della dignità umana. Non è solo una questione di priorità sbagliate, ma di un disordine etico profondo, che trasforma l’empatia in un calcolo e la giustizia in un esercizio di pubbliche relazioni.
Il linguaggio, quando viene piegato a minimizzare, diventa un’arma silenziosa.
L’indifferenza mascherata da prudenza terminologica alimenta l’impunità. La responsabilità di chi osserva — giornalisti, intellettuali, governi — non è scegliere le parole più innocue, ma descrivere con precisione ciò che accade. Perché se la verità arretra, l’ingiustizia avanza.

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