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La pulizia etnica israeliana al nord di Gaza entra nella fase decisiva, mentre sui sopravvissuti incombe la morte per inalazione di amianto.
Gaza, al nord l’assalto finale e ora anche l’amianto*
La foto di copertina raffigura una gigantesca esplosione verificatasi nel campo profughi di Jabalia, o perlomeno in ciò che ne rimane dopo oltre un mese di bombardamenti violentissimi e ininterrotti.
In quelle case quasi completamente accerchiate dall’esercito israeliano continuano a cercare di sopravvivere migliaia di persone, abbandonate dal mondo intero al loro destino di morte o deportazione.
Ma non sono solo le bombe, la fame, la sete, il freddo e le malattie ad uccidere i palestinesi a Gaza. Anche se riuscissero a fuggire da quell’inferno, per molti di loro la sorte è comunque segnata: in quella enorme nuvola di fumo e polvere è infatti nascosto un pericolo mortale e ineludibile, ovvero l’amianto.
Secondo un articolo di Al Jazeera, tradotto dal Csoa Gabrio e che trovate a questo link, moltissimi degli edifici fatti esplodere dalle bombe e dalle demolizioni israeliane contengono sostanze tossiche e in particolare amianto, anche del tipo più pericoloso.
Le esplosioni lo polverizzano trasformandolo in un killer paziente e silenzioso, che farà strage dei sopravvissuti per i decenni a venire. Per avere un’idea della pericolosità di rimanere esposti alle polveri, basti pensare che su 132.000 persone (tra soccorritori e sopravvissuti) coinvolte nel crollo delle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001, ben 39.000 hanno sviluppato tumori di vario tipo e altre decine di migliaia hanno malattie respiratorie spesso invalidanti.
Comunque, la pulizia etnica del nord sta arrivando alla stretta finale: l’IDF ha affermato (falsamente) che non ci sono più civili nel nord di Gaza, e che quindi non c’è alcun motivo di lasciar passare camion di aiuti umanitari. Quindi, per chi rimane, l’alternativa è secca: morire per le bombe o morire di inedia.
Ormai anche molti dei giornalisti che si trovavano nel nord della Striscia sono stati costretti ad evacuare. Rimane ancora Anas Al-Sharif, uno degli ultimi testimoni sul campo della pulizia etnica, ma proprio oggi Instagram ha pensato bene di cancellare il suo account, che aveva oltre 1.200.000 followers e più un miliardo di visualizzazioni.
La strage al nord sta per entrare nella fase finale, quella più atroce: Israele non vuole testimoni, Meta prontamente esegue. Anas Al-Sharif ha aperto un nuovo profilo instagram ma non so quanto durerà e in generale quanto dureranno gli account che si esprimono contro il genocidio.

* Articolo originale su Alessandro ferretti Blog
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