Europa in armi: il sogno è morto, viva la guerra!

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Il riarmo europeo segna la fine definitiva del progetto politico dell’UE. Ventotene è stata un’utopia senza seguito, mentre l’Europa reale si disgrega nei suoi storici spazi geopolitici. La Nato resta, l’industria bellica ingrassa e l’Italia si perde in un’ennesima farsa politica.

Europa in armi (Addio alle armi)

– Fausto Anderlini*

Il riarmo, per entità e modalità, segna il de profundis dell’Europa e di ogni suo progetto politico. Il Manifesto di Ventotene si rivela una mera utopia, un’idea bizzarra concepita su un’isola, come le trovate di Tommaso Moro e Campanella.

L’Europa reale ha funzionato solo sul piano economico: una gabbia ordo-liberista che ha strozzato il welfare, aggirato le Costituzioni antifasciste e demolito le economie miste del miracolo economico postbellico.

Privati delle leve economiche, gli Stati sono finiti sotto il giogo mercantile della Germania, gigante economico ma nano politico. Ma quando si tratta di sovranità—politica estera e monopolio della forza armata—l’euroburocrazia non sa far altro che rispolverare un keynesismo bellico, restituendo agli Stati nazionali il potere sovrano.

In primis, alle nazioni più forti militarmente o meno oberate dal debito: la Francia, con i suoi interessi post-coloniali minacciati; il Regno Unito, che riconquista il vecchio Commonwealth e il controllo del Mare del Nord; e infine la Germania, la più umiliata nel conflitto aperto dalla NATO a guida democrat, ora pronta a riemergere come potenza militare.

La storia si ripete: l’Europa si decompone nei suoi spazi geopolitici originari, riattivando le dinamiche delle sue eterne guerre civili e interstatali. Il tutto mentre la Nato resta in piedi, con basi e testate nucleari sparse nel continente.

E mentre si sbraita al tradimento trumpiano, l’Europa si affretta ad onorarne il diktat, sobbarcandosi il peso del riarmo con il fatidico 5% del PIL in arrivo. Insomma, un disastro totale.

La farsa italiana

In questo scenario, il cortile di casa ha offerto l’ennesima opera buffa: il campo largo, sempre più ristretto e in preda a una crisi di nervi. Per una volta, Schlein aveva colto la posta in gioco: votare contro il war act della von der Leyen era l’unico modo per salvare l’idea europea come identità sovranazionale. Ma è stata ridicolizzata dal suo stesso partito, ormai ridotto a succursale della baronessa.

A Roma, la kermesse “europeista” si è trasformata in un happening surreale: pseudo-intellettuali e starlette nazional-pop si sono esibiti in un delirio di slogan vuoti, più che un “sentimento”, una nevrosi collettiva.

La folla era numerosa, ma lo spettacolo era quello di un girotondo isterico senza meta, vent’anni dopo come in un feuilleton di Dumas: Moschettieri d’Europa, armati di archibugi e vecchi tromboni.

Se fosse stata una manifestazione per una vera difesa comune e contro la militarizzazione dell’UE, avrebbe avuto un senso. Invece, è stata un guazzabuglio di idiozie rutilanti e sdolcinate, senza alcuna possibilità di tradursi in politica. Il risultato? Ancora più spazio alla destra italiana, il cui opportunismo contiene almeno un briciolo di realismo auto-securitario.

Chiara Geloni invita a non irridere il popolo accorso in piazza. Ha anche qualche ragione: inutile stigmatizzarlo socialmente, in fondo molti critici abitano nella ZTL. Ma il problema non è sociale, bensì mentale: una perdita totale dei fondamentali della razionalità.

Colpo basso vedere sindaci con fascia tricolore, esponenti delle istituzioni come Landini e Pagliarulo, e poi Fratoianni e soci, perdere la faccia in questa scampagnata delirante, fasciati nella bandiera e in compagnia di Calenda e Gentiloni, con bandiere georgiane e ucraine a sventolare.

La persistenza di questo zoccolo duro della fede cieca, in un’epoca che si vorrebbe post-ideologica, resta un mistero. Una malattia rara e cronica. Per la quale non ci resta che piangere. Anzi, meglio: non ci resta che Conte.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini

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