Epstein, le élite e il non-luogo dell’impunità

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Le élite vivono in non-luoghi extraterritoriali, dove la ricchezza cancella la collettività e produce impunità. Il caso Epstein rivela un sistema di clan, ricatto e depistaggio mediatico che trasforma il crimine in finzione tollerabile.

Epstein e la ricchezza come non luogo

Uno dei motivi alla base della separazione tra liberalismo e democrazia e quindi dell’avvento del totalitarismo liberale, che il trumpismo ha reinterpretato in chiave autoritaria rispetto al metodo persuasivo e ipocritamente inclusivo dei democratici, è l’occupazione dello spazio da parte delle classi privilegiate.

Esse non abitano più quartieri compositi, non conoscono altra umanità rispetto alla propria, non ascoltano più un pizzicagnolo, un fattorino, un commesso. Non si rapportano con gli estranei. Gli altri sostanzialmente non esistono. La visione meritocratica della società ha preconizzato questa divisione estetica tra le classi. Questo cosmopolitismo classista. Anche i bar dei quartieri bene vogliono un’accurata selezione all’ingresso.

Chi merita di più, chi ha accumulato ricchezze inestimabili, vive rinchiuso in fortezze inaccessibili, in ambienti smaterializzati, in ville neoclassiche ai piedi di isole deserte. In luoghi extraterritoriali dove si progettano distopie sociali, cloud che donano l’immortalità dell’anima, fantasie digitali per replicare la propria personalità. Le élite, in quei microcosmi depurati dal lordume degli esseri inferiori, filosofeggiano su un avvenire apocalittico, si immedesimano nel ruolo di creatori.

La smaterializzazione del territorio, abitare dei non luoghi sottratti al giudizio e al controllo della collettività, conduce alla convinzione di poter appellarsi a una ferrea impunibilità morale. Parafrasando Margaret Thatcher, la collettività non esiste. Esiste la logica del clan che ha le sue leggi, le sue regole d’ingaggio, le sue procedure di affiliazione. Ed è un clan che si articola su più livelli, su più piani di potenza tutti plasmati dalla smania predatoria del vertice, perennemente sottratta al giudizio della Storia.

Al piano inferiore del castello vivacchiano gli adepti che indirizzano l’informazione. Motivo per cui sul caso Epstein vige la consegna del parlarne sottovoce con spruzzate di depistaggio. Escono notizie, ma a singhiozzo. Chi ne parla con più convinzione è già retrocesso nel girone dei complottisti. Di fronte all’emersione dell’evidenza il giornalismo professionale fa spallucce, discute delle implicazioni distrattamente, non eleva l’attenzione del pubblico perché il caso Epstein non corrisponderebbe a un avvenimento storico.

I file descrivono avvenimenti opachi, avvolti nel mistero, inafferrabili nella loro essenza. D’altronde parlano di un altro mondo, pressoché disarcionato dalla realtà della vita quotidiana. Così è possibile minimizzare, manipolare e sovrapporre la fantasia alla verità senza perdere credibilità. Si può sostenere la vicinanza di Epstein al KGB per celare la sua affiliazione al Mossad. Per evitare di dire che Israele controllava, con l’arma del ricatto, tutto il gruppo dirigente statunitense. Criminali ben vestiti dediti alle più crudeli nefandezze umane che dovevano obbedire a uno Stato genocida.

Ma questa evidenza storica sarà trattata al pari di una sceneggiatura non originale, per poi ricomparire tra qualche anno in quei documentari Netflix, ribattezzati nella neolingua docu-serie. In modo che il confine tra oggettività e immaginazione si disperda nelle meccaniche delle ricostruzioni scenografiche e nel regno dell’opinionismo da cronaca nera.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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