Emirati fuori dall’OPEC: fine del cartello petrolifero?

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Gli Emirati lasciano l’OPEC: stop alle quote, sì all’autonomia energetica. Scontro con Arabia Saudita, guerra nel Golfo e crisi di Hormuz accelerano la rottura. Il cartello perde peso, il petrolio diventa strumento di potere nazionale.

Emirati fuori dall’OPEC: Abu Dhabi rompe con Riad e si riprende il petrolio

Abu Dhabi esce dall’OPEC. Non è un rumor: è una scelta ufficiale annunciata dal governo degli Emirati Arabi Uniti, con effetto dall’inizio di maggio. Dopo Qatar (2019), Ecuador (2020) e Angola (2023), un altro pezzo rilevante del cartello petrolifero decide di sfilarsi. Non è un dettaglio tecnico: è una frattura politica.

Gli Emirati erano il terzo produttore dell’organizzazione: circa 4 milioni di barili al giorno nel 2022, oltre il 4% della produzione globale. L’OPEC+ — che include anche la Russia — perde un attore chiave proprio mentre la sua quota mondiale, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, è già scesa dal 48% al 44% tra febbraio e marzo.

Il ministro dell’Energia Suhail Mohamed al-Mazrouei lo dice senza giri di parole a Reuters: «Decisione politica, basata su una revisione delle strategie energetiche». Tradotto: le quote imposte dall’OPEC non convengono più. E soprattutto: nessuna consultazione con Arabia Saudita. Un messaggio più chiaro di così è difficile immaginarlo.

Petrolio, guerra e autonomia: cosa c’è dietro la rottura

Negli ultimi anni lo scontro tra Abu Dhabi e Riad era diventato strutturale. Gli Emirati volevano aumentare la produzione; i sauditi — ossessionati dal prezzo del barile — spingevano per tagli coordinati. Due strategie incompatibili: espansione contro controllo.

Ma il vero detonatore è geopolitico. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha colpito direttamente l’area del Golfo. Missili e droni hanno raggiunto anche infrastrutture emiratine. E quando il petrolio diventa bersaglio, la teoria economica lascia spazio alla sicurezza nazionale.

Sultan Ahmed Al Jaber lo ha esplicitato il 26 marzo: «Militarizzare lo Stretto di Hormuz è terrorismo economico globale». Non una metafora. Lo Stretto di Hormuz è il punto di passaggio di circa un quinto del petrolio mondiale. Se si blocca, si blocca tutto.

Restare dentro un cartello che limita la produzione appare meno come cooperazione e più come vincolo. Gli Emirati scelgono quindi una linea diversa: autonomia energetica, aumento dell’export, investimenti militari finanziati dal petrolio. Abu Dhabi non si fida più né del coordinamento regionale né delle architetture multilaterali.

Fine del cartello o mutazione del mercato?

L’uscita emiratina non farà crollare subito i prezzi. La guerra nel Golfo — che limita le esportazioni — rende qualsiasi aumento di produzione teorico. Ma il punto non è l’immediato: è la direzione. La mossa apre agli Emirati la possibilità di conquistare quote di mercato quando la crisi si attenuerà. Più petrolio, meno vincoli, più competitività.

Fuori dall’OPEC, gli Emirati potranno produrre senza restrizioni. E questo — nel lungo periodo — significa più offerta e prezzi più bassi. In altre parole: si va verso un modello più simile a quello degli Stati Uniti e della Russia, dove la produzione segue l’interesse nazionale, non gli accordi di cartello.

L’OPEC, nata per controllare il mercato, rischia di diventare un organismo sempre più marginale. Meno membri, meno disciplina, meno capacità di influenzare i prezzi.

Il punto diventa politico: il petrolio non è più solo economia. È sovranità, sicurezza, potere militare. E quando questi fattori entrano in gioco, le alleanze diventano temporanee, i cartelli fragili, le regole negoziabili.

Gli Emirati non stanno solo uscendo dall’OPEC. Stanno dicendo che il tempo delle regole condivise è finito e che, nel nuovo ordine energetico, ognuno produce per sé.

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