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L’idea di garantire all’Ucraina altri due anni di guerra con fondi europei ignora dati cruciali: carenza di uomini, spopolamento, bancarotta e collasso energetico. La domanda rimossa è semplice: Kiev può davvero reggere ancora, o il prezzo è già insostenibile?
Duecentodieci miliardi, due anni di guerra e poi?
C’è una cifra che circola con una leggerezza sospetta nel dibattito europeo sulla guerra in Ucraina: 210 miliardi di euro. È l’ammontare dei beni russi congelati nelle banche dell’Unione, evocati come salvagente finanziario capace di garantire a Kiev altri due anni di resistenza militare. Due anni, appunto. Come se la guerra fosse un abbonamento rinnovabile, e non un processo di logoramento umano, sociale ed economico che non conosce proroghe amministrative.
Dopo mesi di discussioni, il Consiglio europeo ha scelto una via più prudente: niente esproprio dei fondi russi, ma un prestito da 90 miliardi finanziato dal bilancio UE. Decisione accolta con delusione da chi considera il prolungamento della guerra un dovere morale e strategico. Donald Tusk lo ha riassunto brutalmente: “o i soldi oggi o il sangue domani”. Formula efficace, certo. Ma che elude una domanda meno sloganistica e più scomoda: sangue di chi, domani?
L’Europa combatte, l’Ucraina si consuma
L’argomento dominante è noto: sostenere Kiev significa difendere la sicurezza europea, guadagnare tempo per il riarmo, logorare la Russia e dimostrare che l’Occidente può agire anche senza l’ombrello statunitense. Tutto coerente, sulla carta. Meno se si sposta lo sguardo dal piano geopolitico a quello materiale, dove la guerra non si combatte con le metafore ma con uomini, energia e bilanci.
Il primo nodo è demografico-militare. Più il conflitto si prolunga, più l’Ucraina fatica a rimpiazzare le perdite. Le cifre sulla diserzione e sull’espatrio parlano chiaro: centinaia di migliaia di uomini in età di leva hanno lasciato il Paese; decine di migliaia di procedimenti per diserzione vengono aperti ogni anno; secondo stime specialistiche, nel 2025 il numero dei disertori avrebbe raggiunto decine di migliaia al mese. Non propaganda russa, ma dati riportati da testate occidentali e da fonti istituzionali ucraine. A questo punto la domanda non è morale, è aritmetica: chi combatte, domani?
Il secondo nodo è lo spopolamento. Tra rifugiati all’estero e sfollati interni, una quota rilevante della popolazione ucraina vive già fuori dai circuiti economici e sociali ordinari. I dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni mostrano una tendenza crescente, non una stabilizzazione. Una guerra che dura altri due anni non congela questo processo: lo accelera.
Stato fallito, rete elettrica a pezzi, speranza in outsourcing
Il terzo elemento è finanziario. L’Ucraina è tecnicamente in bancarotta e sopravvive grazie ai trasferimenti esterni. Il Fondo Monetario Internazionale stima un fabbisogno di oltre 130 miliardi di euro tra il 2026 e il 2027. I 90 miliardi europei, presentati come svolta, coprono a malapena un anno di spese, mentre la distruzione continua. Parlare di “sostegno sostenibile” in queste condizioni richiede una certa dose di ottimismo contabile.
C’è poi il capitolo energetico, spesso trattato come dettaglio tecnico. Oltre tre quarti delle infrastrutture di produzione sono state danneggiate o distrutte. La più grande centrale nucleare europea è sotto controllo russo. Dighe, impianti idroelettrici e reti di distribuzione sono bersagli costanti.
L’Ucraina importa oggi una quota significativa della propria energia, anche da Paesi politicamente ambigui come l’Ungheria, mentre scandali corruttivi interni rivelano una governance tutt’altro che solida. Davvero qualcuno pensa che Mosca smetterà di colpire il sistema energetico per cortesia diplomatica?
A questo punto la questione non è se l’Europa “può permettersi” di finanziare altri due anni di guerra. La questione è se l’Ucraina possa permettersi di combatterli. Continuare a rispondere di sì, senza affrontare questi dati, significa spostare il prezzo della scelta strategica su chi non siede ai tavoli di Bruxelles.
Non si tratta di arrendersi né di assolvere l’aggressore. Si tratta di smettere di fingere che il tempo giochi automaticamente a favore di Kiev. La guerra non è un esercizio di perseveranza morale: è un processo distruttivo che, a un certo punto, presenta il conto. E quel conto, per ora, lo stanno pagando sempre gli stessi.

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