Drone su Galați: i guerrieri da salotto scoprono l’Articolo 5

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Un drone russo colpisce un condominio a Galați: due feriti. La classe politica europea urla alla guerra. Peccato che a combatterla non ci andrà nessuno di loro.

I pavoni e la guerra degli altri

Nella notte tra il 28 e il 29 maggio, durante un massiccio attacco russo con droni contro obiettivi nella regione di Odessa, uno dei droni ha attraversato lo spazio aereo romeno e si è schiantato sul tetto di un edificio residenziale a Galați, città situata vicino al confine con l’Ucraina, provocando un incendio e il ferimento leggero di due persone. Le forze armate romene non hanno potuto neutralizzare il drone: secondo il generale Gheorghe Maxim, il tempo a disposizione era di soli quattro minuti, insufficienti per un intervento in sicurezza.

È la prima volta che un attacco russo – se confermato come tale, e non è detto conoscendo i precedenti –  causa vittime sul suolo NATO. Il presidente romeno Nicușor Dan ha definito l’episodio il più grave incidente di sicurezza registrato nel paese dall’inizio della guerra, convocando d’urgenza il Consiglio Supremo di Difesa Nazionale. Bucarest ha dichiarato persona non grata il console russo e disposto la chiusura del consolato generale a Costanza.

La brigata Parioli non si arruola

L’incidente del drone russo in Romania ha prodotto un tempo di reazione record della classe politica europea: meno di un’ora per trasformare un incidente in un casus belli da aula parlamentare.

I soliti noti si sono precipitati ai microfoni con la stessa eleganza di chi urla al fuoco in un cinema affollato. Invocazioni all’Articolo 5, appelli alla fermezza, dichiarazioni di solidarietà atlantica, qualche sopracciglio alzato verso Mosca con l’espressione di chi ha appena scoperto che la guerra esiste. Il tutto pronunciato da persone che non hanno mai sentito l’odore della polvere da sparo se non in qualche rievocazione storica sponsorizzata da un think tank di Bruxelles.

Ora facciamo un esercizio mentale elementare, alla portata anche di un sottosegretario. Immaginate che la situazione degeneri davvero. Immaginate che quei salotti dove si invoca la fermezza contro Putin debbano tradursi in qualcosa di concreto — divise, trincee, sacrifici. La prima cosa che succederebbe è che Calenda, Picierno e i loro colleghi di pensiero sparirebbero dalla circolazione con una velocità inversamente proporzionale alla loro attuale combattività verbale. La brigata Parioli, quella che oggi twitta “resistere” dal MacBook in un bar del centro, si imboscherebbe nell’arco di ventiquattr’ore con una creatività logistica degna di miglior causa.

Quello che invece succederebbe nelle strade è molto diverso da ciò che immaginano i professionisti dell’escalation. Non sfilate patriottiche, non entusiasmo bellico, non giovani pronti all’immolazione per la crociata atlantica. Da Lisbona a Budapest, passando per Roma, Parigi e Berlino, ci sarebbero centinaia di migliaia di persone disposte a prendere a calci in culo — letteralmente, senza metafore diplomatiche — chiunque abbia contribuito a portarle dentro una guerra che non hanno mai voluto, non capiscono e per cui non hanno nessuna intenzione di morire.

Questo è il dato che la classe politica europea continua a non vedere, o a fingere di non vedere perché vederlo costerebbe troppo. Il sentimento popolare nei confronti della guerra non è pacifismo astratto né simpatia per Mosca: è la percezione concreta, viscerale, che chi decide non pagherà mai il prezzo di ciò che decide. È la stessa percezione che produce rivoluzioni, quando viene ignorata abbastanza a lungo.

L’incidente del drone romeno è, in questo senso, rivelatore non per quello che è stato — un episodio minore, probabilmente un errore tecnico — ma per le reazioni che ha prodotto. Una classe dirigente connessa alla realtà avrebbe gestito la cosa con cautela, aperto canali diplomatici, abbassato i toni. Quella che abbiamo fa esattamente l’opposto, perché abbassare i toni non produce visibilità, non alimenta il ciclo mediatico, non posiziona nessuno come Churchill del martedì mattina.

Il problema non è che questi signori siano bellicisti per convinzione ideologica profonda. Il problema è che sono bellicisti per convenienza, che è molto peggio: significa che non hanno nessun freno interno, nessuna bussola morale, nessun calcolo che vada oltre il prossimo ciclo di notizie. Giocano con il fuoco perché il fuoco, per loro, è lontano. Finché resta lontano.
Se mai dovesse avvicinarsi, scopriremo che lo spirito patriottico ha dei limiti geografici molto precisi. Il confine passa, indicativamente, al raccordo anulare.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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