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Il debito pubblico cresce nei paesi industrializzati: Francia e Regno Unito in crisi, Italia soffocata dagli interessi. L’austerità non ha ridotto il debito ma ha tagliato i servizi. L’Europa resta prigioniera di un sistema che protegge i mercati e ignora i cittadini.
Il peso del debito pubblico oltre la propaganda della politica
Il tema del debito pubblico ritorna ciclicamente al centro del dibattito politico ed economico internazionale. Questa volta, a porlo in evidenza è stato il Wall Street Journal, che ha sottolineato come i livelli d’indebitamento stiano crescendo nei principali paesi industrializzati, alimentando il timore di una crisi. Il linguaggio prudente della stampa economica non nasconde tuttavia la realtà: i governi scricchiolano sotto il peso dei debiti accumulati e gli equilibri fiscali vacillano.
L’esempio del Regno Unito è lampante: il governo guidato da Keir Starmer si trova a fronteggiare i costi più elevati degli ultimi decenni per il finanziamento dei prestiti a lungo termine. Anche la Francia non sta meglio: qui, alle difficoltà economiche si aggiungono le piazze infiammate dalle proteste, mentre il debito pubblico diventa il simbolo di un circolo vizioso in cui la spesa per interessi cresce a scapito dei servizi sociali.
Debito pubblico: dal “buono e cattivo” al circolo vizioso
La narrazione politica, specie in Europa, continua a insistere sulla distinzione tra “debito buono” e “debito cattivo”, formula resa celebre da Mario Draghi. Ma la realtà mostra uno scenario ben diverso: i debiti accumulati si traducono in interessi sempre più onerosi, che soffocano la crescita economica e alimentano tensioni sociali.
La Francia rappresenta il “canarino nella miniera”, come ha scritto il Financial Times: un segnale di allarme per paesi già fragili come Italia e Grecia, ma anche per il più grande debitore mondiale, gli Stati Uniti. Le politiche economiche basate su deficit cronici costringono i governi a emettere titoli di debito, attraendo investitori solo grazie a tassi d’interesse più alti. Ma quando questi tassi crescono, esplode anche l’inflazione.
Gli investitori continuano a scommettere sugli Stati come entità “troppo grandi per fallire”. Tuttavia, i segnali di crisi sono evidenti. La Commissione europea insiste sul fatto che i rischi restino concentrati in pochi paesi, ma ammette che la sostenibilità richiederà interventi fiscali e crescita economica. Due obiettivi che appaiono difficili da raggiungere nel contesto attuale.
L’Italia offre un esempio drammatico: con circa 80 miliardi annui solo di interessi sul debito, dovrebbe crescere al 3,9% per compensare, ma si ferma allo 0,6%. In queste condizioni, non sorprende che i tagli riguardino soprattutto sanità, istruzione e welfare, mentre il peso del debito continua a schiacciare i cittadini.
Dall’austerità alla crisi attuale: un copione che si ripete
Il caso francese è emblematico: i cittadini vengono chiamati a fare sacrifici non tanto per ridurre il debito, ma per pagare gli interessi che lo alimentano. È un circolo vizioso avviato con il Patto di Stabilità del 1997, che imponeva di mantenere deficit e debito entro limiti rigidi. Dopo la crisi finanziaria del 2008, le politiche di austerità hanno colpito Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e Regno Unito, con effetti devastanti sui servizi sociali.
Eppure, i dati mostrano un paradosso: mentre i debiti aumentavano (+43% in Francia, +29% in Italia), i mercati finanziari registravano performance positive. La Borsa di Milano, dal 2008 a oggi, è cresciuta del 55%, quella di Parigi del 38%. A guadagnarci non sono stati i cittadini, ma gli investitori.
Oggi, la crisi francese mette nuovamente in discussione le fondamenta dell’Unione Europea. Le piazze chiedono giustizia sociale, mentre a Bruxelles la presidente Ursula von der Leyen appare sempre più impegnata in equilibri politici e retorici, incapace di affrontare la questione di fondo: il peso insostenibile del debito pubblico e la sua gestione distorta.
L’Europa, e con essa l’Italia, rischia di pagare ancora a lungo il prezzo di una strategia che, dagli anni dell’austerità in poi, ha fallito nel ridurre i debiti e nel garantire equità.

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