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Secondo i giornali italiani, Macron avrebbe salvato non solo la Francia ma tutta l’Europa. Come? Nientemeno che riuscendo a dimezzare i suoi seggi e a far raddoppiare i due rivali diretti – Mélenchon e Le Pen. Per trovare qualcuno più geniale occorre venire in Italia, dove la pregiudiziale antifascista non funziona e la sinistra che perde – con un effetto transfert da studiare – festeggia le vittorie altrui.
L’astuzia del cretino
– Fausto Anderlini*
Perchè Enrico Letta non fece la desistenza coi 5 Stelle alle ultime elezioni se davvero voleva battere Giorgia Meloni? Perchè si rifiutò di opzionare quella diversione tattica che in Francia ha ‘salvato la Repubblica fra alte grida di giubilo e un vorticoso sventolio di bandiere, e che in Italia, persino con minimo sforzo, avrebbe tenuto i fascisti fuori dal potere? Perchè è più scemo di Macron? Può essere. Ma forse per un ben congegnato machiavello draghiano, ovvero euro-atlantico.
La pregiudiziale ‘antifascista’ non fu altro che un innocuo fumo negli occhi, un retrogusto speziato, dalla via che ai fascisti nostrani erano state estorte in conciliaboli neanche troppo segreti ampie garanzie che non avrebbero toccato l’arrosto: la dislocazione geo-politica pro-ucraina e il patto di stabilità.
Un neo-fascismo pro-sistema e in doppio petto assai più affidabile rispetto ai 5Stelle in formato Conte, la vera anomalia da esorcizzare. Proprio così. In questa luce di un diabolico e ben riuscito esorcismo si trattò. E l’astuzia del diavolo, è noto, si avvale sempre di imbecilli all’apparenza.
Vichy e Salò
Il mio carissimo amico Gianni Cuperlo, assieme a tanti altri, ha inneggiato per la sconfitta degli eredi di Vichy, Petain e Laval. Lo Stato francese contrapposto alla Repubblica. Un retroterra identitario orribile. Eppure se si analizza il dna di FdI esso è certamente, se possibile, ancor più penoso: la Repubblica sociale di Salò e i crimini da essa perpetrati.
Però con al seguito lo ‘stragismo nero’ dei ’70 e degli ’80 messo a servizio dei nuovi dominatori atlantici. In fondo, se ci si pensa, già un accredito ‘democratico’. Mentre nell’interludio democratico del dopoguerra i fascisti francesi si sono limitati a raccogliere i frutti amari della decolonizzazione algerina coi suoi poveri pieds noir messi sul lastrico.
Per capire bene la congiunzione fra presente e passato, con le sorprendenti trasmigrazioni dell’inimicizia, bisogna seguire le tracce dell’anticomunismo come si seguono quelle dei soldi. L’uccisione dei russi, sopravvissuti ai sovietici, avendo sostituito la fucilazione dei comunisti: arte d’eccellenza tanto a Vichy che a Salò.
L’odierna differenza che separa il destino dei fascisti francesi da quelli italiani è che mentre i lepenisti hanno sostituito comunisti ed ebrei con gli islamici, tenendo fuori i russi, i nipotini di Almirante, differentemente da quelli di Bossi, hanno tenuto il format delle origini. Del resto i fascisti italiani inviarono al seguito dell’Operazione Barbarossa una intera armata, mentre quelli di Vichy si limitarono a un esiguo corpo di volontari.
Quasi neutralisti, come il Generale Franco. Questo spiega perchè la borghesia francese ha riservato ai lepenisti un ostracismo che quella italiana si è ben guardata dall’esercitare nei confronti degli almirantiani.
La posta in palio
Fra le tante poste in gioco, la geo-politica è stata la più importante. Fra il primo e il secondo turno Le Pen ha specificato il programma: limitazione del sostegno all’Ucraina e niente truppe al fronte, mentre il Fronte aveva sin da subito ufficializzato il sostegno alla causa mainstream.
Tenendo però ferma l’ostilità a Israele, tanto da guadagnarsi l’epiteto dell’antisemitismo e da spingere molti ebrei dalla parte del lepenisti. Una posizione comunque bastante per legittimare la posizione del Fronte nell’union sacrée della Repubblica. Non si poteva aver tutto in una volta. Un mezzo Corbyn, cioè Melenchon, non potendo godere di uno Starmer per intero, bastando alla bisogna. Hanno perciò ragione gli atlantisti di fregarsi le mani: intanto si è andati all’incasso di un punto a sfavore di Putin.
La gauche plurielle e il genio di Macron
È proprio vero che ha vinto il Fronte della gauche? Certo fa impressione osservare il moto del pendolo fra il primo e il secondo turno: dalla destra alla sinistra, bypassando per ben due volte un ‘centro’ immobile e squinternato.
Sembrerebbe una doppia delegittimazione del piccolo Napoleone impigliatosi nell’azzardo del pokerista e ora coi coglioni nella morsa della destra e della sinistra. Però se si vanno a contare i seggi è impressionante il guadagno dei macronisti: solo 14 in meno rispetto al Fronte, ben di più se si contano anche i gaullisti.
Leale e generosa come sempre la sinistra è corsa in massa a onorare i candidati meglio piazzati degli altri. Una desistenza adamantina e non del tutto ricambiata. Ne è uscito un Parlamento certo diviso e tripartito, senza una maggioranza chiara, se non una pletora ‘repubblicana’ impossibile da sintetizzare come governo.
Alcuni celebrano la cosa come un grande ritorno della ‘politica parlamentare’, però è un fatto che il Presidente si ritrova le chiavi in mano. L’unico governo possibile è quello che va dai verdi e dai socialisti, se il Fronte si spacca scartando da Insumise, ai Repubblicani.
Peccato che in questa configurazione la “sinistra al governo” peserebbe per meno di un terzo. Sarebbe una vittoria totale di Macron: animaletto piccolo ma astuto, capace di prendere il potere, per l’ennesima volta, contando sulla forza altrui inutile a se stessa. Una destra spauracchio e una sinistra di comodo. Un capolavoro. Una prova di sagacia napoleonica: dividere i nemici e regolarli uno per volta.
L’uomo col cerino in mano
L’uomo, Melenchon, ha stoffa di combattente e non teme l’azzardo. In fondo l’ha pensata come ogni sinistra ‘democratica’, cioè legata al sistema ma senza tradire i propri referenti sociali, dovrebbe fare. Se fosse seria. Volete l’appoggio alla guerra ? Ebbene pagatela, redistribuendo costi e benefici. Innalzamento dei salari, blocco delle pensioni, prezzi controllati, economia pianificata e keynesianamente tonificata.
Come si conviene in ogni social-capitalismo di guerra. Ma c’è seriamente da dubitare che avrà il suo scopo, perchè i socialisti europei sono adusi ad accontentarsi molto a buon mercato. Talvolta addirittura più rigoristi del Re.
La difesa della ‘democrazia liberale’, valendo ben di più di ogni causa sociale, in sè egoista, senza ideale e fuori misura nelle pretese. Su lottiamo l’ideale nostro alfine sarà, così recitavano le strofe meravigliose dell’Internazionale (un canto che nessuno canta più, subissato da una melensa Bella ciao in stile pop).
Una democrazia ‘liberale’ senza alternanza, senza alcun spessore sociale egualitario, se non nella sola sfera della licenza sessuale. Temo molto (anche se mi auguro in ogni modo d’essere smentito) che Melenchon finirà col cerino in mano. Come Corbyn, anche se solo quest’ultimo può a pieno titolo fregiarsi dell’onore del ‘giusto’.

* Grazie a Fausto Anderlini
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