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Trump incarna il neoliberalismo radicale: trasparenza totale, politica-spettacolo senza mediazioni, tutto dichiarato come in un’azienda. Il mercato sostituisce il politico, eliminando il conflitto mediato. Da Funari a Renzi, la cultura dell’autenticità ha spianato la strada al Trumpismo.
Trump e la trasparenza d’impresa
Donald Trump impersonifica il neoliberalismo in purezza. Esalta il moralismo della trasparenza a tutti i costi, quella speranza postmoderna che vorrebbe la politica una casa di vetro, dove i consumatori possono sedersi comodamente a guardare lo spettacolo offerto dai leader del momento. Una concezione della sfera pubblica che ricalca l’obbligo all’outing privato, il dovere assoluto nel non nascondere debolezze, timidezze e sentimenti.
Non esiste più alcuna intermediazione, la mission imprenditoriale non concepisce parole sottaciute, tutto è svelato nell’estetica delle slide o delle celle Excel.
Nessun rispetto per i conclavi, per le correnti di partito, per le segrete stanze, per l’articolazione delle convergenze parallele. Nel gergo della modernità lo spirito d’impresa insegna il pane al pane e il vino al vino, sradica dalle conversazioni l’allusione ai chiaroscuri, sotterra lo sconfitto nell’etica maggioritaria.
Si deve conoscere immediatamente il vincitore; al contrario la trasmissione non raccoglierebbe sponsor.
Si disprezzano le trattative riservate perché l’impresa dichiara espressamente gli obiettivi di profitto e con quelli misura l’efficienza dell’amministrazione; le lungaggini del proporzionale invecchiano la pelle.
Trump, così come gli Zelensky di ogni patria, incarnano l’obbligo sociale alla libertà americana, sopportata e maldigerita dalle masse con la costanza degli abusi farmacologici.
Non viviamo la fine del neoliberalismo, ma una sua volgarizzazione procedurale, un suo salto di qualità. Il fine ultimo era quello di soverchiare le gerarchie; l’economico che soppianta il politico, che costituzionalizza il mercato, per non sottostare più alla rappresentazione mediata del conflitto.
L’immediatezza d’impresa rompe la composizione liturgica del ceto politico e, ormai, mal sopporta anche quella manageriale/burocratica della pioggerellina belga.
Li ricordo i primi respiri della schiettezza etica trascinata idealmente dalle contumelie della società civile che pretendevano parole di verità o il decisionismo illuminato dei nuovi playboy saputi alla Chicco Testa.
Ricordo i momenti in cui quella mentalità si fece strada nella discorsività comune della sinistra ammodernata per spianare la strada alla cultura dell’aggressività concorrenziale. Da Cuore ai girotondi di Piazza del Popolo si invocava solo trasparenza.
Il mercato libero ordinava autenticità e nel mercato delle parole il prodotto fu quel guazzabuglio di voci accavallate nel quale trovarono una loro vivacità espressiva le risa sguaiate di Gianfranco Funari, l’efficienza salottiera di Serena Dandini, le paternali manigolde di Flavio Briatore, il battutismo ridanciano dei padroncini padani, la composta arroganza di Oscar Farinetti, la ditta nazional/popolare di Pierluigi Bersani, il globish masticato di Matteo Renzi e, solo pochi mesi orsono, lo spiritualismo digitale di Elly Schlein.
Da lì a Mr. Trump solo pochi passi.

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