Cuba e Venezuela nella trappola dell’ipocrisia occidentale: i “liberatori da salotto”

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Cuba e Venezuela non sono vittime di sé stessi, ma di un embargo economico e mediatico che da decenni serve a piegarli. Gli Stati Uniti ripetono ovunque la stessa strategia: sanzioni, isolamento, propaganda. E l’Occidente applaude, credendo di “liberare” i popoli.

Cuba e Venezuela: quando la povertà diventa un’arma

C’è un riflesso quasi automatico nel dibattito occidentale: ogni volta che si parla delle difficoltà di Cuba o del Venezuela, si attribuisce la colpa ai rispettivi governi, descritti come inetti o autoritari. Le cronache insistono sui supermercati semivuoti, sulla penuria di carburante, sulle file interminabili per un pacco di riso.

Eppure, in queste narrazioni manca sempre l’elemento più determinante: l’assedio economico che da anni strangola entrambe le nazioni.

Non si tratta di una fatalità né di un errore politico interno, ma di un progetto pianificato con metodo. A partire dalla Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno perfezionato una forma di pressione che non ha bisogno di eserciti: bastano i mercati, le banche, e il potere del dollaro. Cuba ne è il laboratorio più antico.

Dal 1960 — appena un anno dopo la rivoluzione castrista — l’isola è stata tagliata fuori dal sistema commerciale americano e dai canali finanziari internazionali. Per più di sessant’anni, Washington ha imposto un embargo che non è semplice “sanzione”, ma una forma di guerra economica permanente, capace di ostacolare persino l’importazione di farmaci o pezzi di ricambio per le centrali elettriche.

Il Venezuela ha conosciuto una versione aggiornata della stessa strategia. Quando il governo di Caracas ha tentato di riaffermare il controllo sul proprio petrolio e di ridistribuirne i profitti, è scattata la ritorsione.

Dal 2017, le restrizioni finanziarie imposte da Washington e dai suoi alleati hanno impedito al paese di accedere ai mercati internazionali e di utilizzare liberamente le proprie risorse. In sette anni, il danno economico è stato stimato in oltre duecento miliardi di dollari: un’emorragia che nessuna economia, per quanto solida, potrebbe sopportare.

Ma il punto cruciale non è solo l’effetto materiale delle sanzioni. È il loro valore simbolico e politico. L’embargo non serve solo a indebolire: serve a costruire un racconto. Si crea la crisi, e poi la si addita come prova del fallimento del socialismo. Si affama un popolo, e si spiega che è colpa del suo governo. È la versione contemporanea dell’assedio medievale, condotto non con le catapulte ma con le borse valori, i visti, le assicurazioni, i crediti.

Nel frattempo, i commentatori occidentali osservano il disastro come se fosse un fenomeno spontaneo. “La rivoluzione ha fallito”, ripetono, dimenticando che nessuna rivoluzione può prosperare se privata dell’ossigeno economico. Ciò che viene venduto come “difesa della libertà” è, in realtà, un meccanismo sofisticato di punizione per chi osa non allinearsi. E la povertà diventa così un’arma geopolitica: invisibile, pulita, moralmente giustificata.

Il meccanismo del consenso e i “liberatori da salotto”

Il modello americano di destabilizzazione è, in fondo, un copione ripetuto. Prima si soffoca un’economia con embarghi e ricatti; poi si finanziano opposizioni interne; infine si benedice il cambio di regime come “trionfo della democrazia”.

Dal Cile di Pinochet al Guatemala, dalla Libia alla Bolivia, fino alla Siria, lo schema non cambia mai: logorare, dividere, infiltrare e infine sostituire con un governo “amico”, presentato all’opinione pubblica come frutto della volontà popolare.

Ma la parte più grottesca di questa sceneggiatura è la reazione del pubblico occidentale. Ogni volta che un nuovo “regime” viene additato come nemico della libertà, intere schiere di opinionisti e cittadini benpensanti riscoprono improvvisamente la passione per la giustizia internazionale.

Si tratta di quel progressismo di superficie che, come un giocattolo a molla, si attiva al suono delle parole d’ordine diffuse dai media atlantici. Ieri erano paladini dei curdi, oggi dei venezuelani, domani di qualche altra causa utile a Washington. La loro memoria dura esattamente quanto il ciclo mediatico: appena un nuovo governo filoamericano prende il potere, il paese sparisce dal radar, come se la povertà e la repressione si dissolvessero per magia.

È un riflesso condizionato che rivela la natura ideologica dell’informazione contemporanea. L’indignazione selettiva è funzionale alla geopolitica: serve a creare consenso interno per giustificare operazioni di dominio esterno.

La verità, più scomoda, è che Cuba e Venezuela resistono nonostante tutto. Pagano un prezzo altissimo per l’indipendenza, ma la loro resistenza svela quanto l’ordine mondiale fondato sul dollaro e sulle sanzioni sia fragile, e quanto la parola “libertà” venga spesso usata per mascherare l’esatto contrario.

 

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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